Luogo e Data di nascita: Sharun, anno 75, quarta era
Luogo e Data di morte: Alvedara, anno 99, sacrificato presso lo Specchio del Grande Tempio
Wizard Evocatore livello 5 (momento di decesso)
motto: "C'è scritto sul libro magico che posso curare"
Titoli:
- membro del gruppo dello Scrigno
Joshua fece parte della Compagnia dello Scrigno, iniziò l'epico viaggio insieme a Thor Spaccamontagne ed Erik il Guerriero. Arrivati ad Alvedara si fece imprigionare di proposito mettendo in atto un piano che poi si rivelò senza speranza. Non uscì più da quelle segrete. Fu sacrificato tramite immersione nello Specchio pochi giorni dopo al Grande Tempio come monito per la popolazione e i ribelli. Nel momento dell'esecuzione sono ricordati diversi episodi di rivolta e subbuglio nell'intorno del Grande Tempio. Alcune fonti parlano anche di una forte esplosione udita da tutta la città nei pressi del porto.
Joshua She'Zhar
Ultima modifica di Anomand3r il 04/02/2021, 10:29, modificato 3 volte in totale.
Background
Scrivo queste righe in un meriggio offuscato da tuoni e fulmini, in un punto imprecisato a ovest di Cantica, mentre sobbalzo ad ogni dosso nascosto in un fatiscente carretto in compagnia del Dorniano Erik e da un nano dall’aspetto alquanto bizzarro.
In fuga.
Come sempre.
Triste costante che ha accompagnato la mia esistenza sin dagli albori.
Non che la mia vita meriti fino ad ora di essere tramandata ai posteri o narrata nelle leggende e nei canti dei bardi, come avviene per gli eroi della Seconda Era.
Il solo fatto di scrivere su questa pergamena potrebbe portare a punizioni corporali indicibili, ma nulla in confronto a quello che mi aspetterebbe se si venisse a sapere che sono un Usufruitore di Arti Arcane, dottrina a cui sono stato iniziato fin da tenere età.
Il mio nome è Joshua e sono l’ultimo discendente in vita dell’antica famiglia She’Zhar di Sharuun, casata tra le più antiche del continente e, prima della conquista dell’Ombra, seconda solo agli Shanduz in quanto a potenza, gloria e ricchezza.
Sharuun.
Il gioiello del Sud.
Negli antichi testi facenti parte della biblioteca di famiglia ho letto che fu fondata sulle rovine del primo insediamento umano nel continente dell’Eredane. A partire dall’Ultima Era la città visse il suo momento di maggiore espansione, facilitata dalla vicinanza del fiume Eran e dalla posizione strategica sul mare Kasmaeal. Un crocevia di razze e popoli proveniente da ogni angolo del mondo conosciuto, un’attenta politica di espansione commerciale e una presenza militare costante fecero di Sharuun la città più importante di tutto l’Erendane.
Il palazzo She’Zhar era situato nel quartiere commerciale, a nord dell’antico Bazaar di Sharuun che si narrava contenesse un tempo qualsiasi oggetto creato da essere vivente e si dice che, per attraversarlo nella sua interezza, ci volessero tre lune.
Dalla sommità della torre principale ricordo che potevo scorgere con nitidezza la torre conosciuta con il nome di Grande Badrua, costruita interamente con la pietra rossa proveniente dalle spiagge dell’isola di Asmadara, e dove anni prima si custodiva l’antico libro di Sahi.
Questo fino all’avvento di Izrador e dei suoi servitori. Fin dalla mia nascita l’unica immagine che posseggo di Sharuun è solamente la squallida ombra di ciò che lessi negli antichi testi.
I primi ricordi della mia infanzia appartengono a quella che venne ribattezzata “La Notte Rossa”.
Il Principe Farah Shanduz, fedele all’Ombra fin dagli ultimi scampoli della Terza Era, accusò di alto tradimento tutte le più importanti famiglie della città, compresa la casata She Zhar.
Non mi è dato sapere se queste accuse furono o meno fondate, né il mio mentore, di cui parleremo fra poco, mi rilevò mai niente a riguardo, nonostante le mie continue insistenze.
Capita sovente, anche ora che ho raggiungo l’età adulta, che antichi riverberi di quella notte invadano il mio sonno, facendo rieccheggiare nella mia mente le strazianti urla di dolore della mia famiglia mentre veniva trucidata dai servi di Izrador, e l’odore acre del fumo alimentato dal fuoco che divampava ormai ovunque.
Riuscii a fuggire al mio destino già segnato. Il mio mentore, Adrien, riuscì a portarmi fuori dal palazzo in fiamme sfruttando un condotto segreto che, partendo dal suo laboratorio, ci fece sbucare nelle antiche fogne della città e da lì fuori le mura. La mia casata fu annientata completamente quella stessa notte. La mia famiglia, servitori, guardie, stallieri, tutti indistintamente vennero impiccati nella grande Piazza al cospetto dell’antico tempio dell’Ombra. Come monito per la popolazione già soggiogata e sottomessa al volere del Dio Oscuro.
Di quella notte, e di tutto ciò che possedevo, conservo solo un ciondolo dalla strana forma ottagonale e con una leggera rientranza su uno dei bordi. Su di esso è impresso il simbolo dei She’Zhar, un leone giallo su sfondo rosso porpora.
Il significato di questo oggetto non mi è noto, né il suo utilizzo.
Adrien mi scortò in quello che parve un viaggio infinito, condotto sempre di notte per non rivelare la nostra presenza, e, soprattutto, per celare più facilmente le orecchie appuntite del mio maestro. Era un’esponente dell’antica razza degli elfi, perseguitati in tutto l’Erendane al pari dei nani. Dalle poche notizie in mio possesso so che Adrien divenne segretamente Gran Maestro della famiglia She’Zhar di cui servì fedelmente la memoria fino al termine dei suoi giorni. Venni affidato fin dalla tenera età di 4 anni ai suoi insegnamenti e venni indottrinato alle Arti Arcane, sebbene il motivo non mi fu mai rivelato.
Fuggimmo verso ovest, oltre Faradoun, ai confini della Grande Foresta. Qui trovammo una piccola comunità di umani che ci accolse generosamente e ci diede rifugio. Adrien divenne presto il punto di riferimento del villaggio e, oltre a proseguire con me l’indottrinamento sulla Magia, offrì i propri servigi come esperto guaritore e naturista.
Non riuscii mai a integrarmi. Da piccoli venni deriso ed emarginato, la mia differente cultura ed educazione era evidente né io feci nulla per assottigliare queste differenze. Crescendo le cose non migliorarono, passavo la maggior parte del mio tempo con Adrien facendo pratica con i primi incantamenti di cui ero in possesso. La gente mi guardava con diffidenza e mi evitava.
Venni aggredito da uno dei bifolchi del villaggio durante la Festa del Raccolto. Non ho mai perso tempo a cercare di capire menti inferiori, né lo feci quella volta. Mi colpì e ruzzolai goffamente a terra. Le risa che scaturirono da questo gesto instillarono in me una furia ceca e profonda. Contrariamente a tutti gli insegnamenti di Adrien utilizzai le mie conoscenze contro gente priva di ogni forma di difesa. Cominciai a salmodiare antichi testi intrisi di mistico potere mentre sentivo il famigliare formicolio della magia scorrere attraverso tutto il mio corpo, fino alla punta delle dita. Puntai indice, pollice e medio della mano destra verso il bifolco e tre proiettili incantati divamparono dalle mie estremità e si abbatterono sul petto del malcapitato. Ne seguii un grido soffocato e uno sgradevole odore di carne bruciata, mentre il corpo ormai senza vita dell’energumeno cadde a terra con un tonfo.
Capii allora cosa comportava avere un potere come il mio.
Quello che mi fece più paura è l’eccitazione che ne derivò. La sensazione di potere, gli sguardi terrorizzati del popolino e il silenzio che si calò improvvisamente. Ne ero quasi estasiato.
Adrien non fu compiaciuto delle mie gesta ma al tempo stesso probabilmente capì che avevo appena superato una prova importante e acquisito una nozione fondamentale.
La consapevolezza.
Da allora fui rispettato e temuto. Ebbi anche a che fare con una ragazza, una certa Isidora che evidentemente si era invaghita di me. Era la figlia del fattore, aveva capelli fulvi, un grazioso volto cosparso di lentiggini e un corpo considerato attraente.
Almeno a giudicati dai commenti che solitamente venivano rivolti nei suoi confronti dal resto degli abitanti del villaggio.
Giacemmo in una fredda notte d’inverno di fianco ad un focolare. Il piacere carnale, tanto decantato da menti semplici nelle taverne e nei bivacchi, si rilevò per me una delusione, nulla in confronto a ciò provavo nel padroneggiare le antiche arti arcane. Nulla in confronto all’essenza della magia che attraversava prepotentemente il mio corpo ogni volta che lo desideravo, attingendo dai più reconditi recessi della Trama. Da allora non ebbi più l’esigenza di giacere con una donna, né penso che l’avrò in futuro. Considero l’accoppiamento un riempitivo per menti inferiori impossibilitate a concentrarsi su piaceri ben più grandi e complessi.
Fu circa un anno fa quando un giovane uomo Dorniano arrivò claudicante e ferito al villaggio.
La sua incredibile altezza era in netto contrasto con un volto da giovane uomo. Erik era il suo nome. Ci raccontò che proveniva da Nord e che faceva parte di un gruppo di guerrieri che resisteva ancora all’Ombra. La sua tribù fu sottomessa e anche lui, proprio come me, riuscì a fuggire ad un destino ormai certo. Vagò per mesi nascondendosi e vivendo di ciò che offriva la terra, quando fu attaccato da una pattuglia di orchi che lo ferì quasi mortalmente. Disse di non avere ricordi di cosa successe dopo, fino a quando si risvegliò a poche centinaia di metri dal villaggio. Era anche lui una mente semplice, adusa alla violenza e ai vizi, ma legammo immediatamente. Eravamo così diversi da risultare quasi caricaturali, ma il nostro passato evidentemente ci accomunava.
Da quel momento ricominciai a pensare all’Ombra. Sapevo che i miei giorni nel villaggio erano contati e sinceramente mi andava stretto da molto tempo. Il desiderio di vendetta e di scoprire il mondo, di giorno in giorno, si faceva sempre più impellente, fino a quando decisi di comunicare ad Adrien il desiderio di lasciare il villaggio con Erik.
Non feci in tempo.
Il fratello del buzzurro che uccisi, convinto di ottenere una ricompensa e di vendicarsi, andò a spifferare alla pattuglia di orchi che controllava la zona la presenza di un elfo e di un mago.
Gliene furono talmente grati che venne ucciso per primo e senza particolare sofferenza.
Vennero di notte.
Ancora.
Cominciarono a dare fuoco a campi e capanne e a trucidare qualsiasi cosa avessero in vista.
L’adrenalina dello scontro imminente mi risvegliò dal torpore del sonno, mentre vedevo Erik indossare la sua armatura di cuoio trattato e brandire le sue poderose lame.
Uscimmo dalla nostra umile dimora e venimmo immediatamente accerchiati da cinque orchi. Sentivo l’odore pungente e sgradevole provenire dai loro corpi anche a metri di distanza mentre nei loro occhi privi di intelligenza si percepiva la certezza della vittoria.
Fu Adrien a salvarci. Scaraventò i cinque possenti orchi a terra con un’incantamento e attinse dalla Trama per generare un’enorme sfera infuocata che uccise due di essi. Non fui a conoscenza delle sue reali capacità solo fino a quel momento. Ci urlò di scappare mentre i superstiti lo accerchiarono e lo colpirono mortalmente. Scappammo quando vedemmo sopraggiungere altre cinque di quelle creature. Fu una fuga che durò tutta la notte mentre la rabbia e il dolore per aver perso l’unica persona a me cara si faceva strada in me.
Seguirono giorni carichi di paura, con la consapevolezza che probabilmente non avremmo visto il tramonto seguente, fino a quando una carovana di gnomi accettò di darci un passaggio.
Ed eccoci arrivati ai giorni nostri.
Scrivo queste memorie per tenere traccia di chi sono e di quale fardello porto addosso. Nel caso tutto questo mi porti alla pazzia sarò almeno in grado di leggere queste poche righe che racchiudono per intero i miei ultimi venti anni di vita.
Con la speranza che ne possano seguire molte altre di queste pagine, e con la speranza che quando scriverò l’ultima parola di questo diario l’Erendane sarà un posto migliore di quello che ho trovato.
Joshua She’Zhar
Scrivo queste righe in un meriggio offuscato da tuoni e fulmini, in un punto imprecisato a ovest di Cantica, mentre sobbalzo ad ogni dosso nascosto in un fatiscente carretto in compagnia del Dorniano Erik e da un nano dall’aspetto alquanto bizzarro.
In fuga.
Come sempre.
Triste costante che ha accompagnato la mia esistenza sin dagli albori.
Non che la mia vita meriti fino ad ora di essere tramandata ai posteri o narrata nelle leggende e nei canti dei bardi, come avviene per gli eroi della Seconda Era.
Il solo fatto di scrivere su questa pergamena potrebbe portare a punizioni corporali indicibili, ma nulla in confronto a quello che mi aspetterebbe se si venisse a sapere che sono un Usufruitore di Arti Arcane, dottrina a cui sono stato iniziato fin da tenere età.
Il mio nome è Joshua e sono l’ultimo discendente in vita dell’antica famiglia She’Zhar di Sharuun, casata tra le più antiche del continente e, prima della conquista dell’Ombra, seconda solo agli Shanduz in quanto a potenza, gloria e ricchezza.
Sharuun.
Il gioiello del Sud.
Negli antichi testi facenti parte della biblioteca di famiglia ho letto che fu fondata sulle rovine del primo insediamento umano nel continente dell’Eredane. A partire dall’Ultima Era la città visse il suo momento di maggiore espansione, facilitata dalla vicinanza del fiume Eran e dalla posizione strategica sul mare Kasmaeal. Un crocevia di razze e popoli proveniente da ogni angolo del mondo conosciuto, un’attenta politica di espansione commerciale e una presenza militare costante fecero di Sharuun la città più importante di tutto l’Erendane.
Il palazzo She’Zhar era situato nel quartiere commerciale, a nord dell’antico Bazaar di Sharuun che si narrava contenesse un tempo qualsiasi oggetto creato da essere vivente e si dice che, per attraversarlo nella sua interezza, ci volessero tre lune.
Dalla sommità della torre principale ricordo che potevo scorgere con nitidezza la torre conosciuta con il nome di Grande Badrua, costruita interamente con la pietra rossa proveniente dalle spiagge dell’isola di Asmadara, e dove anni prima si custodiva l’antico libro di Sahi.
Questo fino all’avvento di Izrador e dei suoi servitori. Fin dalla mia nascita l’unica immagine che posseggo di Sharuun è solamente la squallida ombra di ciò che lessi negli antichi testi.
I primi ricordi della mia infanzia appartengono a quella che venne ribattezzata “La Notte Rossa”.
Il Principe Farah Shanduz, fedele all’Ombra fin dagli ultimi scampoli della Terza Era, accusò di alto tradimento tutte le più importanti famiglie della città, compresa la casata She Zhar.
Non mi è dato sapere se queste accuse furono o meno fondate, né il mio mentore, di cui parleremo fra poco, mi rilevò mai niente a riguardo, nonostante le mie continue insistenze.
Capita sovente, anche ora che ho raggiungo l’età adulta, che antichi riverberi di quella notte invadano il mio sonno, facendo rieccheggiare nella mia mente le strazianti urla di dolore della mia famiglia mentre veniva trucidata dai servi di Izrador, e l’odore acre del fumo alimentato dal fuoco che divampava ormai ovunque.
Riuscii a fuggire al mio destino già segnato. Il mio mentore, Adrien, riuscì a portarmi fuori dal palazzo in fiamme sfruttando un condotto segreto che, partendo dal suo laboratorio, ci fece sbucare nelle antiche fogne della città e da lì fuori le mura. La mia casata fu annientata completamente quella stessa notte. La mia famiglia, servitori, guardie, stallieri, tutti indistintamente vennero impiccati nella grande Piazza al cospetto dell’antico tempio dell’Ombra. Come monito per la popolazione già soggiogata e sottomessa al volere del Dio Oscuro.
Di quella notte, e di tutto ciò che possedevo, conservo solo un ciondolo dalla strana forma ottagonale e con una leggera rientranza su uno dei bordi. Su di esso è impresso il simbolo dei She’Zhar, un leone giallo su sfondo rosso porpora.
Il significato di questo oggetto non mi è noto, né il suo utilizzo.
Adrien mi scortò in quello che parve un viaggio infinito, condotto sempre di notte per non rivelare la nostra presenza, e, soprattutto, per celare più facilmente le orecchie appuntite del mio maestro. Era un’esponente dell’antica razza degli elfi, perseguitati in tutto l’Erendane al pari dei nani. Dalle poche notizie in mio possesso so che Adrien divenne segretamente Gran Maestro della famiglia She’Zhar di cui servì fedelmente la memoria fino al termine dei suoi giorni. Venni affidato fin dalla tenera età di 4 anni ai suoi insegnamenti e venni indottrinato alle Arti Arcane, sebbene il motivo non mi fu mai rivelato.
Fuggimmo verso ovest, oltre Faradoun, ai confini della Grande Foresta. Qui trovammo una piccola comunità di umani che ci accolse generosamente e ci diede rifugio. Adrien divenne presto il punto di riferimento del villaggio e, oltre a proseguire con me l’indottrinamento sulla Magia, offrì i propri servigi come esperto guaritore e naturista.
Non riuscii mai a integrarmi. Da piccoli venni deriso ed emarginato, la mia differente cultura ed educazione era evidente né io feci nulla per assottigliare queste differenze. Crescendo le cose non migliorarono, passavo la maggior parte del mio tempo con Adrien facendo pratica con i primi incantamenti di cui ero in possesso. La gente mi guardava con diffidenza e mi evitava.
Venni aggredito da uno dei bifolchi del villaggio durante la Festa del Raccolto. Non ho mai perso tempo a cercare di capire menti inferiori, né lo feci quella volta. Mi colpì e ruzzolai goffamente a terra. Le risa che scaturirono da questo gesto instillarono in me una furia ceca e profonda. Contrariamente a tutti gli insegnamenti di Adrien utilizzai le mie conoscenze contro gente priva di ogni forma di difesa. Cominciai a salmodiare antichi testi intrisi di mistico potere mentre sentivo il famigliare formicolio della magia scorrere attraverso tutto il mio corpo, fino alla punta delle dita. Puntai indice, pollice e medio della mano destra verso il bifolco e tre proiettili incantati divamparono dalle mie estremità e si abbatterono sul petto del malcapitato. Ne seguii un grido soffocato e uno sgradevole odore di carne bruciata, mentre il corpo ormai senza vita dell’energumeno cadde a terra con un tonfo.
Capii allora cosa comportava avere un potere come il mio.
Quello che mi fece più paura è l’eccitazione che ne derivò. La sensazione di potere, gli sguardi terrorizzati del popolino e il silenzio che si calò improvvisamente. Ne ero quasi estasiato.
Adrien non fu compiaciuto delle mie gesta ma al tempo stesso probabilmente capì che avevo appena superato una prova importante e acquisito una nozione fondamentale.
La consapevolezza.
Da allora fui rispettato e temuto. Ebbi anche a che fare con una ragazza, una certa Isidora che evidentemente si era invaghita di me. Era la figlia del fattore, aveva capelli fulvi, un grazioso volto cosparso di lentiggini e un corpo considerato attraente.
Almeno a giudicati dai commenti che solitamente venivano rivolti nei suoi confronti dal resto degli abitanti del villaggio.
Giacemmo in una fredda notte d’inverno di fianco ad un focolare. Il piacere carnale, tanto decantato da menti semplici nelle taverne e nei bivacchi, si rilevò per me una delusione, nulla in confronto a ciò provavo nel padroneggiare le antiche arti arcane. Nulla in confronto all’essenza della magia che attraversava prepotentemente il mio corpo ogni volta che lo desideravo, attingendo dai più reconditi recessi della Trama. Da allora non ebbi più l’esigenza di giacere con una donna, né penso che l’avrò in futuro. Considero l’accoppiamento un riempitivo per menti inferiori impossibilitate a concentrarsi su piaceri ben più grandi e complessi.
Fu circa un anno fa quando un giovane uomo Dorniano arrivò claudicante e ferito al villaggio.
La sua incredibile altezza era in netto contrasto con un volto da giovane uomo. Erik era il suo nome. Ci raccontò che proveniva da Nord e che faceva parte di un gruppo di guerrieri che resisteva ancora all’Ombra. La sua tribù fu sottomessa e anche lui, proprio come me, riuscì a fuggire ad un destino ormai certo. Vagò per mesi nascondendosi e vivendo di ciò che offriva la terra, quando fu attaccato da una pattuglia di orchi che lo ferì quasi mortalmente. Disse di non avere ricordi di cosa successe dopo, fino a quando si risvegliò a poche centinaia di metri dal villaggio. Era anche lui una mente semplice, adusa alla violenza e ai vizi, ma legammo immediatamente. Eravamo così diversi da risultare quasi caricaturali, ma il nostro passato evidentemente ci accomunava.
Da quel momento ricominciai a pensare all’Ombra. Sapevo che i miei giorni nel villaggio erano contati e sinceramente mi andava stretto da molto tempo. Il desiderio di vendetta e di scoprire il mondo, di giorno in giorno, si faceva sempre più impellente, fino a quando decisi di comunicare ad Adrien il desiderio di lasciare il villaggio con Erik.
Non feci in tempo.
Il fratello del buzzurro che uccisi, convinto di ottenere una ricompensa e di vendicarsi, andò a spifferare alla pattuglia di orchi che controllava la zona la presenza di un elfo e di un mago.
Gliene furono talmente grati che venne ucciso per primo e senza particolare sofferenza.
Vennero di notte.
Ancora.
Cominciarono a dare fuoco a campi e capanne e a trucidare qualsiasi cosa avessero in vista.
L’adrenalina dello scontro imminente mi risvegliò dal torpore del sonno, mentre vedevo Erik indossare la sua armatura di cuoio trattato e brandire le sue poderose lame.
Uscimmo dalla nostra umile dimora e venimmo immediatamente accerchiati da cinque orchi. Sentivo l’odore pungente e sgradevole provenire dai loro corpi anche a metri di distanza mentre nei loro occhi privi di intelligenza si percepiva la certezza della vittoria.
Fu Adrien a salvarci. Scaraventò i cinque possenti orchi a terra con un’incantamento e attinse dalla Trama per generare un’enorme sfera infuocata che uccise due di essi. Non fui a conoscenza delle sue reali capacità solo fino a quel momento. Ci urlò di scappare mentre i superstiti lo accerchiarono e lo colpirono mortalmente. Scappammo quando vedemmo sopraggiungere altre cinque di quelle creature. Fu una fuga che durò tutta la notte mentre la rabbia e il dolore per aver perso l’unica persona a me cara si faceva strada in me.
Seguirono giorni carichi di paura, con la consapevolezza che probabilmente non avremmo visto il tramonto seguente, fino a quando una carovana di gnomi accettò di darci un passaggio.
Ed eccoci arrivati ai giorni nostri.
Scrivo queste memorie per tenere traccia di chi sono e di quale fardello porto addosso. Nel caso tutto questo mi porti alla pazzia sarò almeno in grado di leggere queste poche righe che racchiudono per intero i miei ultimi venti anni di vita.
Con la speranza che ne possano seguire molte altre di queste pagine, e con la speranza che quando scriverò l’ultima parola di questo diario l’Erendane sarà un posto migliore di quello che ho trovato.
Joshua She’Zhar