[Dead] Anomander Rake

L'archivio delle informazioni su tutti i personaggi giocanti passati e presenti, completo di background, schede aggiornate, considerazioni. Ovviamente, con la Death Map™ aggiornata sessione per sessione...
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[Dead] Anomander Rake

Luogo e Data di nascita: Alvedara, anno 77, quarta era
Luogo e Data di prima morte: Poche miglia nord dalla Guglia di Ossidiana per rappresaglia dell'esercito dell'Ombra, anno 99, quarta era
Luogo e Data di seconda morte: Borgo del Druido (Druid Hamlet), Assalto al cancello dell'eco, primo giorno dell'anno di grazia 100, quarta era - The Eve of Year 100, Last Age

Warlock Hexblade livello 7 (al momento del decesso)
Patrono: Deramox l'Infame (entità malevola, probabilmente di stirpe demoniaca, rinchiusa nelle rovine di Diga Nera)

motto: "Un Eldritch Smite è per sempre.."



Titoli, Onorificenze e Achievements
  • Kshed'ar (elfico, uomo malvagio)
  • Ultimo figlio del demone
  • Distruttore di Specchi
  • Portatore delle scrigno
  • membro dell'Ordine della Regina
  • membro della Compagnia di Alvedara
  • Sterminatore di Legati (5+ legati uccisi)
  • Sterminatore Orchi (100+ orchi uccisi)
  • Sterminatore di elfi (20+ elfi uccisi, durante la possessione)
  • Assassino dell'Arcimago Grimnor
  • Uccisore del Generale dell'Ombra Vrolk
  • Cercatore della chiave del Demone
  • Insignito del titolo di Amico dei nani
  • L'immortale (titolo provvisorio dopo il ritorno dalla prima morte, ora deprecato)

Cronistoria tratta da "La Resistenza - Gli Eroi della Quarta Era"
Autore: Teseo Lo Storico - Appunti di Fafnir il Bardo - indicativamente anno 100 4E[/size]

Anomander Rake (Alvedara 77-4E - Borgo del Druido 100-4E) fu uno degli eroi della Compagnia dello Scrigno, leggendario manipolo di avventurieri che, dopo un impervio viaggio verso le roccaforti naniche e oriente e successivo ritorno a Karadhul, riuscì nell'impresa di consegnare agli elfi l'antico segreto del mithral. Le cronache riportano che altri membri del gruppo furono l'Orco Fang (deceduto nel 100-4E presso la Guglia di ossidiana, ucciso dallo stesso Anomander dopo che vide l'amico mutato in Krieg), il nano Thor Spaccamontagne (deceduto nel 99-4E durante il viaggio verso Karadhul), Theodore il druido (deceduto nel 100-4 nella palude del druido), lo gnomo Levy (tutt'ora in vita, asceso allo stato di divinità) e tale Estia, di cui non sono sopravvissute testimonianze dirette.
Anomander si rese protagonista di epiche imprese che sono tutt'ora tramandate per via orale nelle taverne di tutto l'Eren, tanto che l'uso dell'alabarda, arma a lui cara, fu poi ripresa a più battute da altri eroi della Resistenza, negli anni a seguire, in suo onore. Ricordiamo, tra le altre gesta, la Distruzione dello Specchio a sud di Capo Eren, l'uccisione del legato dell'ordine dei Cacciatori Sharif e la distruzione del generale dell'ombra Vrolk nella famigerata Guglia di Ossidiana.
Un alone di mistero circonda da sempre la figura di Anomander. Voci insistenti affermano con decisione che il suo potere derivasse da un patto con un'entità oscura e malevola, di nome Deramox l'infame (senza fonte). Da più parti inoltre vengono riportate gesta terribili compiute dallo stesso Rake, come l'assassinio del mago Grimnor, amico della Regina, e lo sterminio di diverse decine di elfi nella Battaglia di Karadhul (99-4E), dove Anomander si schierò inizialmente con l'esercito di Izrador.
Ho conosciuto Anomander solo nella parte finale della sua vita, dove la corruzione dell'ombra e la perdita di ogni affetto caro lo avevano già condotto verso la perdizione.
Spocchioso, irridente, bramoso di potere, ma allo stesso tempo coraggioso e indomito in battaglia, diede prova del suo immenso valore davanti ai miei occhi, nell'assalto alla Guglia di Ossidiana e conseguente uccisione del Generale Vrolk.
Venne massacrato dalle truppe dell'ombra qualche giorno dopo salvo poi essere riportato in vita dal Grande Levy (vedi Libro "I miracoli del Grande Levy").
Fu un Anomander diverso quello che tornò dalla morte, deprivato della gran parte dei suoi poteri, passava le sue giornate nel silenzio, rimuginando sul suo passato e su un amore perduto per sempre.
Raggiungemmo il Borgo del Druido poco prima della sua distruzione per mano delle forze dell'Ombra. Anomander riuscì ad ottenere dagli elfi uno dei frutti del cancello dell'eco in cambio della promessa di difendere il Borgo fino alla fine.
Quali fossero i suoi scopi non mi sono mai stati noti, ma, con sommo stupore di tutti i presenti, Anomander dopo aver morso il frutto vagò nel mondo delle ombre e tornò tra noi illeso.
Morì gloriosamente il giorno dopo, nell'assalto finale dell'ombra ai Cancelli dell'Eco, tenendo fede alla sua promessa. L'ultimo ricordo che ho di lui, mentre mi accingevo a fuggire e a mettere in salvo la vita, lo ritrae con la sua alabarda fiammeggiante mentre deprivava della vita ogni nemico che gli si ponesse davanti. Lo vidi morire e sono sicuro di aver scorto un sorriso nelle sue labbra mentre spirava gli ultimi istanti di vita.
Sono certo di non aver mai conosciuto il vero Anomander, ma sono altrettanto certo che meriti un posto in questo testo, affinchè la sua memoria non venga perduta al pari di tutti coloro che si distinsero nell'Ultima Resistenza grazie al loro coraggio e alle loro azioni.
Ultima modifica di Anomand3r il 16/04/2024, 14:38, modificato 35 volte in totale.

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Background

I tre Erenlander si muovevano agilmente per l’intricato sistema di cunicoli e gallerie che si estendeva capillarmente al di sotto di Alvedara, nota anche come La Città del Re, famosa per le sue torri bianche rivestite da cupole dorate e le lussureggianti strade che si diramano dall’antica torre dei Sahi.
Si diceva che nessun insediamento umano potesse rivaleggiare con essa in termini di grandiosità e bellezza. La storia millenaria della città ha lasciato in eredità un fitto e irregolare sistema fognario, principale risorsa logistica del gruppo di Ribelli conosciuto come Compagnia di Alvedara, nel sud ultimo baluardo di resistenza contro il dominio incontrastato dell’Ombra.
Per le tre giovani spie quella era una sera particolare. Allender, leader della Compagnia, che pochi al mondo possono vantare di aver incontrato di persona, la notte precedente inviò loro una missiva con lo scopo di affidargli un incarico di massima importanza. Rimosso il sigillo inconfondibile del loro leader trovarono una lettera e alcune antiche mappe del sottosuolo di Alvedara.
Erano giunte voci che un antico tomo Sarcosan fosse stato portato in città e custodito temporaneamente in un’ala del Palazzo reale in attesa che Jazhir, il Re della Notte, tornasse in città per servirsene. Sarebbe stato compito dei tre talentuosi rampolli intrufolarsi furtivamente nel palazzo sfruttando la loro vasta conoscenza del vorticoso sistema di cunicoli sotterraneo, e rubare il prezioso oggetto prima dell’arrivo del braccio armato di Izrador. Era scritto in calce che il tomo non andava assolutamente toccato bensì trasportato e maneggiato con cura nella sua teca di vetro temprato. Era di fatto una sorta di battesimo del fuoco, un compito di importanza massima che richiedeva incredibili capacità in termini di furtività e sangue freddo. Ma era anche noto a tutti che quei tre ragazzi avevano qualcosa di speciale. Erano nati e cresciuti in strada, nel lato sud della città, dove la ricchezza e l’opulenza della sponda nord lascia il posto a povertà, fame e disperazione.
Figli indesiderati e abbandonati, cresciuti sotto l’ala protettiva della Compagnia e iniziati sin da tenera età alle arti belliche e di spionaggio.
Jack Steel, il primo di loro, era dotato di uno straordinario talento marziale, ben supportato da un corpo possente e atletico.
Priscilla Boon era invece una ragazza di straordinaria bellezza ed audacia. Fulgidi capelli corvini adornavano un volto dagli occhi ipnotici, le cui nere pupille risvegliavano spesso i pensieri più torbidi degli uomini, subito rimessi a posto dall’impeto genuino e dalla scaltrezza di chi sa come muoversi in posti pericolosi.
Il suo corpo leggero e minuto, unito alle sue incredibili doti naturali, permetteva a Priscilla di muoversi senza essere notata, e la sua straordinaria rapidità di mani era stata risolutiva in più di un’occasione. Anomander Rake, il terzo membro del gruppo, era anche lui dotato di una straordinaria bellezza, folti capelli dai riflessi argentei e pallidi occhi grigi su un corpo snello e atletico. Si trattava di un leader naturale con una straordinaria capacità di cavarsela nelle situazioni più disparate e di ispirare fiducia nei suoi compagni. Era un combattente modesto, non aduso alle armi marziali e al combattimento corpo a corpo, me i vertici delle Compagnia di Alvedara avevano già messo gli occhi su di lui per un futuro inserimento nei vertici della gerarchia dell’organizzazione.
Quello che era noto a pochi era che Anomander e Priscilla erano amanti sin da età adolescenziale e che il loro amore era così forte che bardi e cantastorie ne avrebbero potuto trarre ispirazione per le loro storie. Jack era invece un amico fidato dalla mente semplice ma dal cuore grande. Ognuno avrebbe volentieri messo la propria vita nelle mani dell’altro.
Il sottosuolo di Alvedara è costituito da diversi livelli di profondità che partendo dalle fetide fogne comunicano direttamente con la città attraverso grate e botole, fino ad arrivare alle rovine della millenaria civiltà Sarcosan, dove giacciono le spoglie degli antichi palazzi appartenenti alle dinastie precedenti, abbandonati all’oblio e all’obsolescenza. Nei livelli intermedi invece si contano infiniti sistemi fognari, cunicoli ormai in disuso e intricati condotti scavati nella nuda roccia. Capitava di sovente che qualcuno scoprisse un nuovo passaggio, magari dietro qualche parete friabile.
E capitava altrettanto spesso che quel qualcuno non facesse più ritorno.
Antichi e terribili segreti ormai dimenticati giacevano a poche centinaia di metri in profondità dalle chiassose e affollate piazze cittadine, ed era buona cosa che questi segreti rimanessero tali. I tre giovani e spavaldi Erenlander erano a conoscenza di queste leggente, e cautamente si attennero alle direttive del loro comandante in capo, seguendo pedissequamente le mappe fornite loro e raggiungendo finalmente, non senza difficoltà, il luogo della missione.
Il Palazzo reale era una vastissima costruzione ottagonale circondata da un verdeggiante giardino in cui trovavano posto alberi e piante esotiche provenienti da ogni angolo del continente, circondato da alte mura merlettate.
Priscilla rimosse abilmente alcune trappole meccaniche poste sull’ultima botola del percorso, che permise loro di accedere in un’umida stanza buia contenente sacchi e vettovaglie. Erano giunti nelle fondamenta del palazzo. Da lì si mossero cautamente ai piani superiori aggirando le ronde di guardia e facendo attenzione a non essere notati. Anomander si chiese quanto tempo avesse cubato il raccogliere l’enorme mole di informazioni in loro possesso, partendo dalle dettagliate cartine fino al numero esatto di pattuglie che avrebbero incontrato lungo il cammino.
Giunsero infine in cima alla torre ovest, la più alta e antica. Un brivido scorse sulla schiena di Priscilla quando, affacciandosi da una delle finestre esterne, ammirò i riflessi della notte sul maestoso fiume che attraversava la città. Erano nel punto più alto di Alvedara.
Entrarono in una stanza a forma ottagonale rivestita da arazzi e drappi raffiguranti scene di battaglia, omaggio all’esercito dell’Ombra. Due poderose librerie di legno di quercia dominavano le pareti laterali, mentre nell’estremità nord trovava posto un elegante tavolo di pino nero. Alambicchi, ampolle e pergamene erano sparsi disordinatamente su di esso e un forte odore di zolfo permeava l’intero ambiente. Notarono solo in un secondo momento strani disegni pentagonali incisi sul pavimento di pietra e alcuni bracieri spenti ormai da tempo posti sulle estremità delle singole figure.
Nel centro esatto della stanza era stato posizionato un altare di pietra, sulla cui sommità trovava posto una cassa di frassino imbrigliata da pesanti corde di canapa. I tre si mossero all’unisono secondo movimenti consolidati da anni e anni di collaborazione, agevolati dalla profonda empatia che legava il gruppo. Jack si posizionò a guardia della porta mentre Anomander e Priscilla iniziarono a perlustrare accuratamente la stanza in cerca di trappole, botole o sistemi di allarme. Non trovarono nulla di tutto ciò, e la cosa gli insospettì, ma l’adrenalina per l’imminente scoperta mandò in secondo piano ogni ulteriore forma di cautela. E commisero un gravissimo errore.
Non appena misero piede nel perimetro del complesso disegno geometrico che decorava il pavimento un sibilo eccheggiò improvvisamente e un bagliore accecante divampò dal centro della stanza. Un potente suono di allarme si levò improvvisamente, talmente forte che probabilmente sarebbe stato udito anche all’estremo sud della città e, come se non bastasse, si trovarono completamente immobilizzati, incapaci di muovere anche solo un dito. L’unico che riuscì a resistere all’effetto della potente magia fu Anomander, che ebbe appena il tempo di realizzare cosa stesse accadendo quando udì i pesanti passi delle guardie del palazzo che salivano lunga la tromba di scale della torre.
“Prendi il tomo e scappa” disse Jack, “noi siamo spacciati ormai, tu devi portare a compimento la missione”.
“Fa come ti dice Jack” aggiunse Priscilla.
Anomander non fuggì, non ebbe il cuore di abbandonare il suo migliore amico e la sua amata a quel triste destino. Sarebbe morto insieme a loro, combattendo le guardie dell’Ombra e di Izrador l’Usurpatore.
Sguainò la sua lama quando due guardie entrarono nella stanza, consapevole che altre sarebbero arrivate da lì a poco. Schivò il primo attacco e riuscì a colpire l’avversario con un fendente oltrepassando la sua pesante cotta di maglia. La lama penetrò nelle morbide carni e udì un profondo rantolo di dolore provenire dal morente.
Nel tentativo di estrarre la spada dal corpo del malcapitato venne sbalzato all’indietro dalla seconda guardia che lo colpì con l’asta di una lancia. Ruzzolò verso l’altare di pietra e urtò inavvertitamente la cassa che cadde a terra rumorosamente ed esplose in centinaia di schegge di legno. In quel frangente entrarono nella stanza altri 5 uomini armati che circondarono Anomander da ogni lato. Era la fine.
“Arrenditi, non hai più scampo” professò uno degli uomini, probabilmente il capo della guarnigione.
“Voi tre darete un bello spettacolo nella piazza del tempio, quando verrete sacrificati in nome dell’Unico Dio” sghignazzò un’altra guardia.
Anomander guardò Jack e Priscilla, si perse probabilmente per l’ultima volta nei magnetici occhi di lei, se ne sarebbero andati da quel mondo insieme, come insieme avevano vissuto per gran parte della loro giovane vita. Stava quasi per deporre l’arma quando notò per terra, in mezzo a schegge di legno e vetro temprato in frantumi, un pesante tomo di pelle rozzamente rilegato. Forse non era ancora finita.
Avrebbe utilizzato l’artefatto come scudo per uscire dal palazzo, minacciando di ridurlo a brandelli in caso di attacco. E Jazhir non ne sarebbe stato affatto compiaciuto. Si lanciò per terra e con la mano sinistra afferrò il pesante tomo. Ciò che accadde negli istanti successivi a questo gesto non scomparirà più dalla mente e dai ricordi di Anomander, e lo accompagnerà in maniera indissolubile per il resto della sua vita.
Dapprima avvertì un dolore lancinante che attraversò la mano fino all’altezza del gomito. Come se mille frecce lo avessero trapassato nello stesso istante. Poi improvvisamente calò il buio nella stanza. Un buio innaturale, pesante e opprimente, come se tutte le stelle della notte fossero state inghiottite dal nulla più assoluto. Infine “qualcosa” gli parlò. Una voce profonda, gutturale e raccapricciante, come se provenisse dai gironi più infimi degli abissi. Non si trattava di una lingua conosciuta, aveva un suono cacofonico e immondo, ma Anomander capì.
“Tu mi hai liberato” disse l’entità. “E ora sei mio per sempre”.
Nel buio cieco seguirono le grida di disperate delle guardie accompagnate da raccapriccianti rumori di ossa spezzate e ventri squarciati. Anomander fu investito da una macabra pioggia di sangue e resti umani. Poi sentì morire Jack nello stesso orribile modo. Intuendo cosa sarebbe avvenuto da lì a poco si lanciò verso Priscilla e la cinse tra le sue braccia, cercando di proteggerla. L’entità ebbe evidentemente pietà di questo disperato gesto, e concesse lei una morte più dolce.
“Addio amore mio” sussurrò lei “lascio questa vita ma tu continua a lottare. Fallo per noi, per quello che ci siamo sempre promessi e per quello che abbiamo sempre sognato. Sarò sempre insieme a te. Sempre…”.
Anomander sentì la vita scorrere via dal corpo della sua amata e si lanciò ad un disperato grido di dolore. Aveva perso tutto ciò che gli era più caro in una manciata di minuti. Rimase per momenti interminabili stretto al corpo di Priscilla quando il buio cessò. Lo scenario che si presentò ai suoi occhi fu qualcosa di raccapricciante. I soldati e Jack erano stati letteralmente smembrati, e non c’era angolo della stanza che non fosse stato schizzato di sangue, membra od ossa, ma a lui questo non importava. Voleva morire anche lui, andarsene abbracciato all’unica donna che avesse mai amato. Niente aveva più senso.
Arrivarono altre guardie.
“Continua a lottare”.
Le ultime parole di Priscilla risuonavano ancora nella testa di Anomander quando un’altra voce, nell’ormai noto idioma gutturale e profondo, si fece strada nella sua mente.
“Uccidi, te lo ordino”.
Abbandonò allora il corpo esanime di Priscilla e fronteggiò i soldati, esterefatti e terrorizzati del macabro spettacolo che trovarono nella stanza.
“lo faccio per lei, non per te!” urlò Anomander, sorprendendosi di utilizzare la stessa lingua della creatura. Cercò la spada ma non la trovò, era ancora infilzata nel ventre della prima guardia uccisa.
Non fece in tempo a concretizzare questi pensieri che comparve tra le sue mani un’alabarda color ossidiana, sorprendentemente leggera e maneggevole, dall’asta contorta e nodosa. Iniziò a volteggiare l’asta e fu grande la sorpresa quando si accorse di essere in grado di muoverla in maniera precisa ed efficace, quasi come se avesse vita propria. Uccise due guardie e la terza si diede alla fuga ruzzolando giù dalle scale. Anomander sollevò il corpo di Priscilla e si chinò a cercare il tomo che però parve essere sparito nel nulla. Fuggì attraverso il palazzo rendendosi conto che la medesima macabra sorte era toccata praticamente a tutti coloro che si trovavano in quell’ala del castello e riuscì a raggiungere le fognature utilizzando lo stesso condotto adoperato in precedenza. Ma non si recò subito dai suoi superiori per fare rapporto su quanto successo.
Stava ormai albeggiando e i primi riflessi di luce iniziavano ad illuminare Alvedara quando Anomander sgusciò da un condotto sotterraneo utilizzato dalla Compagnia per accedere all’esterno delle mura, anche perché l’intera città era in subbuglio per quanto accaduto e le strade pullulavano di guardie e Legati in cerca del fuggitivo.
Raggiunse un promontorio a sud poco distante, caratterizzato da un’antica quercia e una visuale incantevole della città e del fiume Eren che l’attraversava. Era il loro luogo, dove solevano andare per cercare la loro intimità e dove fantasticavano per ore sulle avventure che avrebbero compiuto insieme.
Dove immaginavano un mondo senza l’oppressione dell’Ombra, dove gli antichi Dei potessero trovare nuovamente posto tra loro, dove la malvagità e la tirannia di Izrador e dei suoi scagnozzi potesse lasciare posto ad un mondo fatto di pace e prosperità. E dove un giorno avrebbero potuto magari mettere su famiglia, abbandonandosi ad una vita felice e normale.
Seppellì Priscilla ai piedi dell’imponente albero e rimase per ore a contemplare l’orizzonte, con le lacrime che scendevano copiosamente sulle sue guance.
Fu allora che si accorse della sua mano sinistra, quella con cui aveva toccato il tomo.
Era deforme, artigliata e cosparsa di squame, scure alla base e di un rosso intenso sulle estremità. Le nocche erano nodose e callose, mentre le unghie erano simili a quelle degli artigli delle bestie ferali.
Fu allora che gli tornò in mente “lui”.
“Cosa vuoi da me???” urlò Anomander. Non ottenne risposta.
Deramox, questo il nome con cui l’entità si presento nuovamente a lui, tornò a tormentarlo nelle notti successive. Dapprima solo per sollazzo, per divertimento nel vedere la disperazione di Anomander e la furia con cui provava a ribellarsi. Poi in maniera sempre più sistematica, creando un’empatia e un legame sempre più solido.
I poteri che la creatura concesse ad Anomander non erano solo di tipo marziale. Si rese conto ben presto di poter manipolare la Trama, cosa che in genere spetta a maghi e Legati e che risulta punibile con la morte secondo le leggi dell’Ombra. Bastava invocare il nome dell’entità per evocare potenti incantamenti, in grado di manipolare la mente delle persone o di avvilupparle tra fiamme incandescenti. I vertici della Compagnia di Alvedara notarono queste insolite doti ma, forse per volere di Allender, non ne fecero mai parola con l’interessato. D’altro canto Anomander utilizzò i suoi nuovi talenti per servire come meglio possibile i Ribelli e combattere l’ombra, stando sempre attento a non essere “fiutato” dai temibili Astirax che pullulano ovunque in città.
I contatti con Deramox divennero sempre più frequenti, e da oppressore l’entità si dimostrò quasi benevolo nei confronti del giovane Erenlander. Il sapere che attinse da quella fonte sconosciuta e misteriosa fu immenso, e più ne acquisiva e maggiore era la sete di potere che provava. Non aveva bisogno di chiudersi come un topo di biblioteca per anni come accadeva ai fruitori di Magia tradizionali, né essere legato al Dio Oscuro per avere la concessione dei poteri divini. Bastava invocare il nome di Deramox e modellare la Trama a piacimento, trovando di volta in volta forme sempre più intricate e potenti per manovrare i delicati filamenti della magia. Scansava l’enorme dolore e vuoto lasciato dalla perdita di Priscilla con il desiderio sempre crescente di sapere, appagato e compiaciuto da questo legame unico e indissolubile che si era creato.
Anomander si chiedeva in realtà chi fosse effettivamente il suo Maestro, che sembianze avesse e quali intenzioni animassero il suo operato, ma non trovò mai risposte alla sua curiosità. A volte Deramox chiedeva alcuni strani favori. Si trattava alle volte di cose semplici, apparentemente senza significato, altre volte cose orribili, malvagie, di cui Anomander si vergognava profondamente e preferiva non parlarne con nessuno.
Capitava anche di dover uccidere delle persone. Nobili, seguaci dell’Ombra, semplici paesani o addirittura compagni. Qualsiasi fosse l’obiettivo di Deramox era misterioso e indecifrabile agli occhi dell’allievo. Anomander viveva in uno stato di soggezione perenne nei suoi confronti, sentiva il bisogno di compiacerlo al meglio delle proprie capacità, voleva mostrarsi meritevole di tale privilegio. Odiava Deramox con tutto se stesso per avergli portato via ciò di che più caro avesse al mondo, ma allo stesso tempo sentiva di non poter più fare a meno della sua presenza. Né lo voleva. Era inoltre diventato incredibilmente taciturno e solitario, preferiva passare infinite giornate ad esercitare i suoi talenti piuttosto che condividere tempo con gli altri membri della Compagnia.
L’unico momento della giornata in cui si concedeva del tempo per sè era al tramonto, quando raggiungeva il tumulo di Priscilla per parlare con lei, immaginandola lì di fianco a lui, sorridente come al solito, con i suoi capelli ricci che ricadevano disordinatamente su quegli occhi che aveva tanto amato. Sapeva inoltre che i suoi giorni ad Alvedara erano contati, quel posto gli andava ormai stretto. Deramox una notte gli disse che presto un gruppo di avventurieri sarebbe arrivato in città. Un assortimento alquanto singolare di individui, capeggiato da un’elfa della giungla con addosso un medaglione con uno zaffiro incastonato.
“Aiutali e unisciti a loro”, gli professò l’entità nell’idioma che ormai l’allievo padroneggiava con sicurezza “tutto ti sarà più chiaro col tempo”. E Anomander attese, fino a quando, come sempre del resto, le profezie del Maestro si avverarono.
Ultima modifica di Anomand3r il 19/04/2021, 23:24, modificato 3 volte in totale.

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Momento della Prima Morte

Il volto di Priscilla era come lo ricordava.
Una folta chioma di capelli corvini su un volto dai lineamenti delicati, occhi color ghiaccio in netto contrasto con il colore della carnagione, tendente allo scuro, frammentata da lentiggini.
Sembrava che gli sorridesse.
Se c'erano modi migliore di morire probabilmente Anomander non ne era a conoscenza.
C'era qualcosa nel suo passato più prossimo che l'aveva condotto lì, nel punto di non ritorno. La morte di Thor, il cammino verso Caradul e la grande battaglia nella foresta, le tre querce, la guglia di ossidiana. E infine Fang. Aveva inferto lui il colpo decisivo sul corpo dell'amico ormai corrotto dall'ombra e tramutato quasi completamente in krieg. Aveva sentito le sue ultime parole mentre cingeva il poderoso corpo dell'orco a se. "Grazie" fu l'ultima cosa udì. Qualcosa si era rotto in lui in quel momento. Il marchio dell'ombra donato da Sulunlael era stato solo l'apice di una sequenza di eventi che avevano sopraffatto la mente di Anomander. La corruzione di Izrador e il dominio di Deramox l'avevano ormai ghermito interamente, non era più in grado di discernere il male dal bene e il giusto dall'ingiusto. Era in un vortice che l'avrebbe risucchiato prima o poi fino all'eterna dannazione.
Forse era un bene che la sua vita finisse quel giorno.
Non avrebbe più potuto nuocere a nessuno.
Nel momento in cui il freddo abbraccio dell'oblio era ormai prossimo la voce di Deramox si fece strada in lui, per l'ultima volta.
"Hai fallito".
E poi non sentì più nulla.

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Ritorno dalla morte

Freddo.
Anomander aprì gli occhi.
Era supino adagiato su un cumulo di neve fresca, completamente nudo e spogliato di ogni avere. Il gelo pungente penetrava nella sua carne come lame accuminate e un dolore lancinante pulsava nella sua testa, come se le tempie fossero pronte a scoppiare da un momento all'altro. La prima cosa che vide fu Levy adagiato su di lui con in mano la piuma che avevano trovato nella guglia di ossidiana.
Lo gnomo gli sorrise compiaciuto, i suoi capelli erano cresciuti ulteriormente dall'ultima volta che l'aveva visto.
un quantitativo di tempo che Anomander non fu un grado di calcolare dal momento che era morto fino a pochi istanti prima.
C'era qualcosa di terribilmente sbagliato in tutto questo.
Collegò rapidamente i pensieri, faticando terribilmente sia per il dolore lancinante che provava sia perchè sembrava che il suo corpo fosse ancora distante dalla sua mente.
Era tornato in vita dalla morte.
Se qualcuno gli avesse raccontato una storia del genere probabilmente avrebbe riso a crepapelle dandogli del pazzo. Ma era successo realmente. A lui.
Ed era stato Levy, l'odiato e amato gnomo a farlo, con la piuma gigante per cui Anomander provava odio e ribrezzo.
Improvvisamente si ricordò dei suoi doveri verso Deramox e provò ad afferrare il collo dello gnomo con la mano demoniaca, reo di aver avvicinato l'oggetto al suo corpo. Con suo estremo stupore si rese conto che il suo braccio sinistro era cambiato. Il deforme braccio squamato aveva lasciato posto ad un braccio normale, come prima dell'incontro con l'entità. In preda al panico Anomander tentò di invocare la sua alabarda. Invano.
Provò a supplicare il suo patrono occulto, invocando i suoi poteri ripetutamente, senza successo.
Era come se la trama fosse improvvisamente inibita al suo accesso. Aveva perso tutto, Deramox non era più con lui.
In passato, soprattutto nei primi mesi dopo aver ricevuto il dono, Anomander detestava quella presenza. Percepiva costantemente lo sguardo dell'entità su di lui, come se ogni sua azione o pensiero fosse sottoposta a giudizio. Col tempo si era abituato a tutto ciò, gli sembrava anche anche di percepire il compiacimento del demone, soprattutto dopo copiosi spargimenti di sangue.
improvvisamente Anomander si sentì solo.
Terribilmente solo.
Ultima modifica di Anomand3r il 29/07/2022, 18:19, modificato 1 volta in totale.

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Livelli

Messaggio Inviato da Anomand3r »
Il frutto proibito e l'incontro con la seconda entità

il sapore del frutto era aspro e pungente e strideva notevolmente col suo aspetto succoso e morbido, ma non fu necessario un secondo morso dal momento che il potente incantamento contenuto in esso invase immediatamente il corpo di Anomander, che con un fremito si tese improvvisamente prima di cadere inerte al suolo.
il dolore fu lancinante, profondo, insostenibile. Il suo intero corpo si spense improvvisamente, sentì i suoi organi contorcersi, rompersi, spappolarsi in un rumore terrificante di sangue gorgogliante, ossa rotte e tendini spezzati.
Evidentemente Sulunlael aveva ragione quando provò a convincerlo in tutti i modi che questa prova l'avrebbe ucciso e che solo gli elfi millenari e i saggi maestri dell'Ordine della Verità erano in grado di riuscirci.
Ma lui era Anomander Rake, Sterminatore di Legati, Portatore dello Scrigno, Ultimo figlio del Demone, Massacratore di orchi ed elfi, e tanto altro ancora. Un miscuglio di titoli autoreferenziali e pomposi che avevano perso ogni significato nello stesso istante che Deramox l'aveva abbandonato, condannandolo ad una vita di debolezze e paura, privo del potere che il giovane Erenlander aveva bramato e desiderato più di ogni altra cosa.
A salvarlo furono le parole di Fafnir, parole di incoraggiamento che, intrise della natuarle carica magica di cui lo gnomo era capace, risuonavano nella sua testa con flessioni di voce a lui familiari. Priscilla, Thor, Estia, Fang, Theodore. Tutte le persone a lui care lo spinsero e lo sorressero in questo viaggio pericoloso e mortale.
Anomander non era un elfo millenario o un saggio conoscitore del mondo antico, ma sopravvisse.
L'oscurità e le tenebre non erano nuove al warlock, aveva passato la maggior parte della sua vita in esse, diventandone talmente simbiotico che lo stesso Deramox, poco prima di abbandonarlo, gli concesse il dono di vedere nel buio più totale. Il mondo degli spiriti era un posto senza luce, dove il confine tra ciò che è reale e ciò che è immaginario era invisibile e indecifrabile, un mondo rarefatto in cui i sogni si mescolavano col passato, e dove una mente semplice avrebbe potuto vagare fino alla fine dei tempi senza scorgere meta alcuna.
La sensazione di disperazione e sconforto che lo assalì scomparve nell'istante in cui si rese conto di non essere solo. Si sentiva osservato, studiato, scrutato, come un animale in gabbia. Era il momento di reagire e di mettere da parte le debolezze del suo fragile corpo.
Qualcosa l'aveva attirato fin lì, un sogno, un'immagine, un filo invisibile che l'aveva condotto verso l'ignoto, e ora quella stessa entità si stava prendendo gioco di lui. Scavò nella mente di Anomander, nei suoi ricordi più intimi e profondi. Visioni e luoghi si susseguirono ad un ritmo incessante e incalzante. Si ritrovo ad Alvedara, sull'alta torre del principe Jazhir, dove tutto era iniziato. Il luogo del primo contatto con Deramox. Poi ri ritrovò nell'antica città nanica di Paldrun, sul roccione dove aveva giaciuto con la giovane nana, fino a raggiungere l'arena dove Fang aveva combattuto e si era distinto in quei giorni di riposo. Forse gli ultimi momenti di felicità che aveva trascorso insieme ai suoi amici e compagni, prima che un'infinita serie di eventi e tragedie l'avesse condotto dove era ora, nel punto di non ritorno. Da solo.
Fu proprio il fidato orco che incontrò nel centro del campo di battaglia, pronto a fronteggiarlo. Il suo sguardo era feroce, i suoi portentosi muscoli erano tesi e pronti a scattare e il pesante vardach grondava sangue sull'umida sabbia della caverna, cosparsa di corpi senza vita vittime dell'ira di Fang.
Anomander istintivamente gli corse incontro, ma ricevette due pesanti colpi che lo scarvantarono pesantemente al suolo. Era una prova.
Un'alabarda gli apparve in mano, mentre la possente figura di colui che un tempo fu suo amico si stava avvicinando minacciosamente. Il tocco con l'arma gli procurò piacere, sentì formicolare il suo arto sinistro, antiche sensazioni ormai dimenticate si riversarno in lui risvegliando istinti ormai sopiti. Sollevò l'arma. La sentì leggera, come dotata di vita propria. Esplose un singolo colpo nei confronti di Fang, evocò il suo colpo oscuro, l'impatto fu tremendo, devastante. Mai aveva inferto un colpo di simile portata, nemmeno quando Deramox era dentro di lui. Il corpo di Fang semplicemente esplose in un tripudio di sangue e carni. Anomander provò nuovamente piacere, un'eccitazione primordiale, intensa, appagante, che di solito provava nello sconfiggere nemici particolarmente potenti. Grimnor e Vrolck erano state le vittime che gli diedero maggiore soddisfazione, semplice riverbero di ciò che provava Deramox nel nutrirsi delle loro anime.
Poi tutto svanì. Era da solo solo e al buio.
Aveva avuto un assaggio, ora voleva avere il resto. Voleva essere nuovamente Anomander, l'Uomo Malvagio.
Un paio di enormi occhi felini lo fissavano all'orizzonte.
"Sei tu che mi sei apparso in sogno? Chi sei?"
la voce dell'entità era sibilante, penetrante, viscida. Parlava in comune, ma la flessione nel suo tono tradiva un'origine aliena.
"Se sei arrivato fin qui sai chi sono, ora dimmi Anomander, cosa brami? Il potere?"
"Sì, è tutto ciò che desidero"
"E cosa sei disposto a fare per averlo?" chiese la creatura, mentre i suoi occhi si rimpicciolivano in quello che poteva essere un sorriso.
"Tutto. Chi vuoi che uccida?" Anomander era disposto a qualsiasi cosa, aveva compiuto cose indicibili per Deramox, e l'entità che aveva davanti sembrava in tutto e per tutto qualcosa di simile.
"Quattro anime per ogni ciclo di luna. E dimmi... Sei disposto a uccidere anche i tuoi amici per il potere?" chiese nuovamente l'entità.
Io non ho amici, sono tutti morti. La risposta gli si spense in gola. Invece Anomander disse: "Sì, anche loro".
Si inginocchiò.
"Sarà tuo servo e campione. Sfamerò la tua fame di anime e porterò la tua voce in tutto l'Eren. Io, Anomander Rake, da questo momento sono vincolato a te per l'eternità". Chinò il capo. Attese la risposta della creatura per pochi istanti, che a lui sembrarono eterni.
"E così sia" il sibilo di queste ultime parole fu più accentuato, gli occhi scomparvero.
Anomander si svegliò.
Gli sguardi di tutti erano su di lui, sul suo braccio in particolare. Era metallico, di un colore brunito con venature smeraldo. Il potere scorreva nuovamente in lui. Lo sentiva, lo percepiva.
"Hai trovato Deramox?" gli chiese Levy.
"Qualcosa del genere" rispose Anomander sorridendo allo gnomo dai capelli lunghi, e continuò guardando lui e Fafnir: "grazie per avermi aiutato, ho trovato quello che cercavo".
"Ed è qualcosa di buono?"
"Sì, non avete nulla da temere".
Anomander sorrise di nuovo.
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la fine di Anomander

La tiepida brezza primaverile accarezzava i loro corpi nudi distesi sull'erba della collina poco a sud di Alvedara dove i due giovani Erenlander solevano passare i loro momenti di intimità.
"Un giorno ce ne andremo da qui".
"Lo ripeti ogni volta, ma sai che restermo qui per sempre, dove potremmo mai andare?" rispose Priscilla.
"Non ne posso più di questa fogna di città, voglio andare ad est e vedere le montagne, ho sentito dire che ci sono ancora i nani nelle loro antiche case, voglio vederle!"
"certo amore mio" sospirò lei, come era solito fare quando Anomander divagava con le sue fantasie.
"Poi andremo ad ovest, nella foresta degli elfi, lì non c'è ancora il dominio l'ombra.... Potremmo costruirci una casa... e...."
".. e avere dei bambini? e magari diventiamo anche amici degli elfi vero?" Il tono di Priscilla era scherzoso, avvicinò maliziosamente il suo corpo a quello del giovane Anomander. Sentì la sua erezione crescere immediatamente.
"Vieni qui stupido".

Il primo colpo non fu mortale, trapassò il suo ventre da parte a parte. Riuscì a decapitare un nemico con la sua alabarda.

La mattina era fredda, glaciale. Era finalmente giunto il giorno. La città era in fermento, ci sarebbe stata a momenti, davanti al grande tempio, l'esecuzione del mago che aveva portato grande scompiglio in città. Anomander secondo i piani avrebbe dovuto aiutare l'elfa e i suoi compagni a fuggire e unirsi a loro. Era eccitato e impaurito allo stesso tempo. Coprì istintivamente il suo braccio deforme nel momento in cui il vento sollevò il suo mantello e si chinò sulla spartana lapide in cui era rozzamente incisa una "P". Dei fiori, ormai secchi, erano adagiati su di essa.
"Tornerò te lo prometto, tornerò e ti racconterò com'è il mondo lì fuori. Mi farò onore... Sarai fiera di me". Si cinse alla fredda pietra e pianse per un lasso di tempo che parve interminabile. Il rumore di una forte esplosione sopraggiunse improvvisamente dal cuore della città. Era il momento di andare.

Nemmeno il secondo colpo lo uccise, ma gli recise il braccio destro di netto. Anomander ne uccise altri due volteggiando la sua arma con l'arto restante, quello deforme. Sentì Suruliam morire di fianco a lui mentre il monaco Aelar veniva fatto a pezzi davanti ai suoi occhi.

Il freddo delle montagne era solo un lontano ricordo ormai. Erano accampati nelle pianure dell'Eretor e le sagome di quelle portentose formazioni rocciose erano ancora visibili in lontananza ad est.
Anomander versò un altro boccale di deliziosa birra nanica di paldrun al nano seduto di fianco a lui.
"Quando finirà tutto questo?"
"Un giorno finirà amico mio, l'unica cosa di cui dovremo preoccuparci sarà di quando finirà la birra" L'ottimismo di Thor era contagioso, e scoppiarono all'unisono in una risata sguaiata.
"Fate silenzio! Non sappiamo chi può esserci in questi luoghi desolati" li riprese subito Fang, lo "stupido orco" era in realtà il più saggio del gruppo, di gran lunga.
"Ci sono! Apriremo una taverna, così avremo da bere e mangiare gratis per il resto dei nostri giorni!" disse Anomander.
"Ottima idea amico! Una taverna con birra, carne e puttane!" ribattè Thor.
Questa volta scoppiarono a ridere tutti e tre.

Il terzo colpo fu mortale. Arrivò da dietro e vide la lama uscire dal petto. Era arrivata la fine.
Anomander non si sentì più solo.
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Anomander_sketch_by_slaine69.jpg
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Cronistoria tratta da "La Resistenza - Gli Eroi della Quarta Era"
Autore: Fafnir il Bardo - anno 140 4E

Anomander Rake (Alvedara 77-4E - Borgo del Druido 100-4E) fu uno degli eroi della Compagnia dello Scrigno, leggendario manipolo di avventurieri che riuscì nell'impresa di consegnare agli elfi l'antico segreto del mithral, dopo un impervio viaggio verso le roccaforti naniche e oriente e successivo ritorno a Karadhul. Le cronache riportano che altri membri del gruppo furono l'Orco Fang (deceduto nel 100-4E presso la Guglia di ossidiana, ucciso dallo stesso Anomander dopo che vide l'amico mutato in Krieg), il nano Thor Spaccamontagne (deceduto nel 99-4E durante il viaggio verso Karadhul), Theodore il druido (deceduto nel 100-4 nella palude del druido), lo gnomo Levy (tutt'ora in vita, asceso allo stato di divinità) e tale Estia, di cui non sono sopravvissute testimonianze dirette.
Anomander si rese protagonista di epiche imprese che sono tutt'ora tramandate per via orale nelle taverne di tutto l'Eren, tanto che l'uso dell'alabarda, arma a lui cara, fu poi ripresa a più battute da altri eroi della Resistenza negli anni a seguire in suo onore. Ricordiamo, tra le altre gesta, la Distruzione dello Specchio a sud di Capo Eren, l'uccisione del legato dell'ordine dei Cacciatori Sharif e la distruzione del generale dell'ombra Vrolk nella famigerata Guglia di Ossidiana.
Un alone di mistero circonda da sempre la figura di Anomander. Voci insistenti affermano con decisione che il suo potere derivasse da un patto con un'entità oscura e malevola, di nome Deramox l'infame (senza fonte). Da più parti inoltre vengono riportati gesti terribili compiuti dallo stesso Rake, come l'assassinio del mago Grimnor, amico della Regina, e lo sterminio di diverse decine di elfi nella Battaglia di Karadhul (99-4E).
Ho conosciuto Anomander solo nella parte finale della sua vita, dove la corruzione dell'ombra e la perdita di ogni affetto caro lo avevano già condotto verso la perdizione.
Spocchioso, irridente, bramoso di potere, ma allo stesso tempo coraggioso e valoroso in battaglia, diede prova del suo immenso potere davanti ai miei occhi, nell'assalto alla Guglia di Ossidiana e conseguente uccisione del Generale Vrolk.
Venne massacrato dalle truppe dell'ombra qualche giorno dopo salvo poi essere riportato in vita dal Grande Levy (vedi Libro "I miracoli del Grande Levy").
Fu un Anomander diverso quello che tornò dalla morte, deprivato della gran parte dei suoi poteri, passava le sue giornate nel silenzio, rimuginando sul suo passato e su un amore perduto per sempre.
Raggiungemmo il Borgo del Druido poco prima della sua distruzione per mano delle forze dell'Ombra. Anomander riuscì ad ottenere dagli elfi uno dei frutti del cancello dell'eco in cambio della promessa di difendere il Borgo fino alla fine.
Quali fossero i suoi scopi non mi sono mai stati noti, ma, con sommo stupore di tutti i presenti, Anomander dopo aver morso il frutto vagò nel mondo delle ombre e tornò tra noi illeso.
Morì gloriosamente il giorno dopo, nell'assalto finale dell'ombra ai Cancelli dell'Eco, tenendo fede alla sua promessa. L'ultimo ricordo che ho di lui, mentre mi accingevo a fuggire e a mettere in salvo la vita, lo ritrae con la sua alabarda fiammeggiante mentre deprivava della vita ogni nemico che gli si ponesse davanti. Lo vidi morire e sono sicuro di aver scorto un sorriso nelle sue labbra mentre spirava gli ultimi istanti di vita.
Sono certo di non aver mai conosciuto il vero Anomander, ma sono altrettanto certp che meriti un posto in questo testo, affinchè la sua memoria non venga perduta al pari di tutti coloro che si distinsero nell'Ultima Resistenza grazie al loro coraggio e alle loro azioni.

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I seguenti eventi sono ancora incerti e da verificare, rappresentano al momento una possibile storyline parallela che potrebbe essere avvenuta in parallelo allo svolgimento della campagna

Il mezz'orco Pietragrigia con la sua poderosa e tozza figura torreggiava dietro di lui cingendolo con veemenza e immobilizzandolo sulla terra intrisa di sangue e morte, A pochi metri da loro crepitavano nelle fiamme i resti di quello che una volta era il Cancello dell'eco. Percepiva la ferocia e l'astio del mezz'orco, se non fosse per l'ordine di qualche autorità più elevata sicuramente avrebbe già cercato vendetta per essere stato sconfitto da Anomander stesso nella battaglia appena conclusasi. L'odore delle braci era intenso e il fumo rendeva quasi impossibile scorgere al di là di un paio di metri, ma era chiaro che nessun altro superstite fosse sopravvissuto al massacro. Il perchè fosse stato riportato in vita non era a lui cosa nota, probabilmente lo avrebbero torturato per estorcere quante più informazioni possibili per poi sacrificarlo in qualche specchio per la gloria di Izrador. Non avrebbe reagito questa volta, nè avrebbe rilevato nulla dei suoi trascorsi, era ormai pronto a farla finita una volta per tutte, sentiva che non aveva più nulla da dare a questo mondo e tutto ciò a cui era legato era ormai cenere e polvere. Era ormai rassegnato alla morte e all'oblio.
La figura di Don Zauker apparve improvvisamente davanti a lui, tronfio e vittorioso, gli occhi spalancati inebriati dalla consapevolezza di chi sa di aver raggiunto maggiore visibilità nella considerazione del Dio Oscuro.
"Anomander, è un piacere rivederti, rendi grazie al nostro Signore per averti concesso di tornare in vita", esordì il chierico, allargando le braccia e alzando gli occhi al cielo in segno di reverenza. Rispetto l'ultima volta il suo tono aveva raggiunto nuove vette di fanatismo e devozione.
"Mai!" il warlock sputò in terra in segno di disprezzo "potete ripredervi la mia vita, ho combattutto in ciò per cui credo, tenendo fede alla mia promessa!".
"E a cosa credi Anomander? Alla bontà degli elfi? Gli stessi elfi che ti chiamano Ks'edar, uomo malvagio? o ai tuoi compagni? quelli che sono fuggiti mentre tu venivi fatto a pezzi al loro posto?".
Ci fu un'esitazione questa volta nella risposta di Anomander.
"Credo in quello che mi ha portato fin qui. L'amore, l'amicizia, la libertà!".
"Povero sciocco Anomander, il tuo cuore è corrotto, tu appartieni all'Unico Dio già da un bel pezzo, da più di quanto tu creda", continuò Don Zauker, il suo tono mellifluo non dava segni di cedimento.
Continuò. "Credi veramente che io non sappia tutto? Il tuo patto col demone, le tue azioni, il vecchio Grimnor, il tuo desiderio continuo di potere e gloria.. Noi siamo uguali Anomander, cerchiamo la stessa cosa, con la differenza che io ne sono consapevole, mentre tu ti pari dietro all'illusione che quello che fai è per un bene comune".
"Io non sono come te, non lo sarò mai! Liberami e permettimi di difendermi e combattere per la mia vita o uccidimi ora! Non ho niente da spartire con te, lurido servo di Izrador!"
"Ucciderti? Farò qualcosa di ben peggiore, ti mostrerò la verità". Si chinò sul corpo immobilizzato di Anomander e posò un palmo della mano sulla sua tempia

La vista di Anomander si annebbiò e si ritrovò in un altro tempo e in un altro luogo.

Era nella cripta della Compagnia di Alvedara, una piccola stanza che usava come nascondiglio d'amore per passare ore di intimità con Priscilla, la sua amata che in quel momento giaceva nel letto di fianco a lui. Era la notte prima della missione che avrebbe cambiato per sempre il loro destino. Il furto del tomo di Jazhir che avrebbe causato la liberazione del Demone Deramox ponendo fine alla vita di chiunque avesse di più caro e dando inizio alla seconda esistenza di Anomander. Vide se stesso baciare Priscilla, rivestirsi e andarsene. Vide lei restare nuda nel letto per qualche minuto, ammirò la sensualità delle forme della giovane donna, era esattamente come la ricordava, il tempo sembrava essersi riavvolto su se stesso fino a riportarlo in quel luogo. Improvvisamente una figura ammantata uscì da una nicchia segreta posta in un angolo della stanza. L'uomo si avvicinò e si sedette di fianco a Priscilla. Riconobbe in lui Allender, il capo della Compagnia. Accarezzò con la mano il corpo nudo della giovane Erenlander e annusò i suoi capelli con fare lascivo, lei non si ribellò, anzi ricambiò le attenzioni del potente leader con un sorriso malizioso.
"Sei pronta per domani?" esordì Allender
"Mai stata così pronta, quel tomo domani sarà tuo" rispose lei con tono deciso.
"Ripetimi cosa farai una volta rubato l'artefatto"
"Colpirò Anomander ad una gamba per azzopparlo, in modo che venga catturato e preso come responsabile del furto. Prima metterò furtivamente nelle sue tasche una falsa missivia di un committente lontano, in modo che la Compagnia ne esca pulita" il tono di lei era freddo, lucido, privo di incertezze.
Allender sorrise.

Si ritrovò improvvisamente sulle montagne vicino Paldrum, la brezza tiepida del sole primaverile accompagnava Anomander, Fang e Thor mentre si accingevano a scalare gli aspri dislivelli della catena rocciosa dimora delle ultime roccaforti naniche. Assieme a loro viaggiava la piccola Estia e la donna elfo che si sarebbe scoperto essere l'Avatar della Regina. Vide Thor e la donna andare a prendere dell'acqua da un ruscello poco distante. Il volto dell'amico era teso, come se pensieri nebusoli stessero in quel momento imperversando nella sua mente.
"Presto dovrai prendere una decisione" dietro di lei Rhiann sembrò quasi percepire i tormenti del nano.
"Quando sarà il momento lo farò, ora abbiamo altro a cui pensare" rispose l'amico mentre si abbeverava alla fonte.
"Non puoi permettergli di ottenere il suo scopo, l'entità che è in lui sta prendendo il sopravvento" chiosò lei.
"Mi stai chiedendo di ucciderlo?"
"Non ora, mai sai che lui non potrà venire con te a Karadhul, non potrai permettergli di portare quella creatura nel cuore del dominio degli elfi" supplicò lei, e aggiunse "sei tu il prescelto Thor Spaccamontagne".
"Prima di arrivare nella foresta farò quello che deve essere fatto". Non percepì nessun segno di dubbio o rammarico negli occhi dell'amico.

Una nuova immagine si fece strada, questa volta era in un sotterraneo, all'apparenza molto antico. Una massiccia porta di pietra bloccava il passaggio e aveva in mano una singolare chiave di bronzo composta da quattro pezzi distinti. Era da solo. Vide se stesso inserire la chiave in una piccola fessura al centro dell'enorme piastra di granito e vide l'intera struttura tremare fino a cedere, rivelando un'enorme nicchia le cui pareti e sommità erano densamente incise di intricati simboli e rune arcane. Al centro di questa stanza si trovava una mastodontica creatura umanoide dotata di corna e scaglie lungo la maggior parte del corpo. Si mise eretta, i suoi occhi malevoli e luccicanti si posero su Anomander.
"Mi hai servito bene" la sua voce era gutturale e immonda.
Anomander si inginocchiò davanti all'entità che aveva concesso lui poteri e gloria.
"Ora però non mi servi più"
Deramox afferrò Anomander con uno dei suoi enormi artigli, sollevò il corpo del warlock e le sue fauci si spalcarono in modo sovrannaturale. Enormi e affilati denti canini posti su più livelli addentarono il corpo dell'umano fino a ridurlo in un'informe poltiglia sanguinolenta.
Deramox varcò quindi la sua antica prigione, finalmente libero.


Don Zaucher sollevò il palmo della mano dalla tempia di Anomander i cui occhi erano colmi di lacrime. Il warlock trasalì e si liberò della stretta di Pietragrigia. Una furia feroce si impossessò di lui, la consapevolezza che tutta la sua vita fosse basata su una menzogna recise in modo indelebile ogni restante legame con la sua umanità facendolo sprofondare definitivamente nella corruzione e nell'oblio. Non provava più niente se non odio, l’unico desiderio che aveva era sfogare la sua rabbia ferale e provocare dolore e morte. In quel momento aveva davanti a se l'enorme mezz'orco ma in realtà vedeva solo i volti di coloro che aveva amato ricevendo in cambio solo il tradimento. Un'alabarda apparve nelle sue mani. Il primo colpo fu per Priscilla, la donna che lo aveva solo manipolato per i suoi scopi. Poi colpì Thor, con cui pensava di essere legato da fraterna amicizia, evidentemente non ricambiato. Poi colpì per Deramox, per gli elfi e per i suoi ultimi compagni, codardi e infami da abbandonarlo alla morte mentre traevano in salvo le loro insulse vite. Quando ebbe finito di Pietragrigia non rimase che un ammasso informe di carne e sangue. Restò lì immobile, lo sguardo vacuo e perso nelle consapevolezze che aveva appena appreso. Non provava più nulla, il suo cuore era intriso di odio e cieco furore. Notò a malapena l'alabarda, che era diversa dalle altre che aveva brandito. Aveva delle forme vaghe, come se fosse composta da una sostanza nebulosa e frammentata. Ed era nera. Come il cielo durante l'ora dei legati.

"Cosa facciamo con lui?" Chiese una delle guardie a Don Zauker.
"Portatelo nella mia tenda, ho molte cosa da insegnargli"
"Scusi mio signore, ma a quale scopo?"
"Il caso vuole che abbia bisogno di un nuovo Generale" Don Zauker sorrise compiaciuto.
Ultima modifica di Anomand3r il 06/07/2023, 17:24, modificato 12 volte in totale.

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Deramox tormenta Anomander nei primi giorni dopo l"l'incontro"

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