Background
I tre Erenlander si muovevano agilmente per l’intricato sistema di cunicoli e gallerie che si estendeva capillarmente al di sotto di Alvedara, nota anche come La Città del Re, famosa per le sue torri bianche rivestite da cupole dorate e le lussureggianti strade che si diramano dall’antica torre dei Sahi.
Si diceva che nessun insediamento umano potesse rivaleggiare con essa in termini di grandiosità e bellezza. La storia millenaria della città ha lasciato in eredità un fitto e irregolare sistema fognario, principale risorsa logistica del gruppo di Ribelli conosciuto come Compagnia di Alvedara, nel sud ultimo baluardo di resistenza contro il dominio incontrastato dell’Ombra.
Per le tre giovani spie quella era una sera particolare. Allender, leader della Compagnia, che pochi al mondo possono vantare di aver incontrato di persona, la notte precedente inviò loro una missiva con lo scopo di affidargli un incarico di massima importanza. Rimosso il sigillo inconfondibile del loro leader trovarono una lettera e alcune antiche mappe del sottosuolo di Alvedara.
Erano giunte voci che un antico tomo Sarcosan fosse stato portato in città e custodito temporaneamente in un’ala del Palazzo reale in attesa che Jazhir, il Re della Notte, tornasse in città per servirsene. Sarebbe stato compito dei tre talentuosi rampolli intrufolarsi furtivamente nel palazzo sfruttando la loro vasta conoscenza del vorticoso sistema di cunicoli sotterraneo, e rubare il prezioso oggetto prima dell’arrivo del braccio armato di Izrador. Era scritto in calce che il tomo non andava assolutamente toccato bensì trasportato e maneggiato con cura nella sua teca di vetro temprato. Era di fatto una sorta di battesimo del fuoco, un compito di importanza massima che richiedeva incredibili capacità in termini di furtività e sangue freddo. Ma era anche noto a tutti che quei tre ragazzi avevano qualcosa di speciale. Erano nati e cresciuti in strada, nel lato sud della città, dove la ricchezza e l’opulenza della sponda nord lascia il posto a povertà, fame e disperazione.
Figli indesiderati e abbandonati, cresciuti sotto l’ala protettiva della Compagnia e iniziati sin da tenera età alle arti belliche e di spionaggio.
Jack Steel, il primo di loro, era dotato di uno straordinario talento marziale, ben supportato da un corpo possente e atletico.
Priscilla Boon era invece una ragazza di straordinaria bellezza ed audacia. Fulgidi capelli corvini adornavano un volto dagli occhi ipnotici, le cui nere pupille risvegliavano spesso i pensieri più torbidi degli uomini, subito rimessi a posto dall’impeto genuino e dalla scaltrezza di chi sa come muoversi in posti pericolosi.
Il suo corpo leggero e minuto, unito alle sue incredibili doti naturali, permetteva a Priscilla di muoversi senza essere notata, e la sua straordinaria rapidità di mani era stata risolutiva in più di un’occasione. Anomander Rake, il terzo membro del gruppo, era anche lui dotato di una straordinaria bellezza, folti capelli dai riflessi argentei e pallidi occhi grigi su un corpo snello e atletico. Si trattava di un leader naturale con una straordinaria capacità di cavarsela nelle situazioni più disparate e di ispirare fiducia nei suoi compagni. Era un combattente modesto, non aduso alle armi marziali e al combattimento corpo a corpo, me i vertici delle Compagnia di Alvedara avevano già messo gli occhi su di lui per un futuro inserimento nei vertici della gerarchia dell’organizzazione.
Quello che era noto a pochi era che Anomander e Priscilla erano amanti sin da età adolescenziale e che il loro amore era così forte che bardi e cantastorie ne avrebbero potuto trarre ispirazione per le loro storie. Jack era invece un amico fidato dalla mente semplice ma dal cuore grande. Ognuno avrebbe volentieri messo la propria vita nelle mani dell’altro.
Il sottosuolo di Alvedara è costituito da diversi livelli di profondità che partendo dalle fetide fogne comunicano direttamente con la città attraverso grate e botole, fino ad arrivare alle rovine della millenaria civiltà Sarcosan, dove giacciono le spoglie degli antichi palazzi appartenenti alle dinastie precedenti, abbandonati all’oblio e all’obsolescenza. Nei livelli intermedi invece si contano infiniti sistemi fognari, cunicoli ormai in disuso e intricati condotti scavati nella nuda roccia. Capitava di sovente che qualcuno scoprisse un nuovo passaggio, magari dietro qualche parete friabile.
E capitava altrettanto spesso che quel qualcuno non facesse più ritorno.
Antichi e terribili segreti ormai dimenticati giacevano a poche centinaia di metri in profondità dalle chiassose e affollate piazze cittadine, ed era buona cosa che questi segreti rimanessero tali. I tre giovani e spavaldi Erenlander erano a conoscenza di queste leggente, e cautamente si attennero alle direttive del loro comandante in capo, seguendo pedissequamente le mappe fornite loro e raggiungendo finalmente, non senza difficoltà, il luogo della missione.
Il Palazzo reale era una vastissima costruzione ottagonale circondata da un verdeggiante giardino in cui trovavano posto alberi e piante esotiche provenienti da ogni angolo del continente, circondato da alte mura merlettate.
Priscilla rimosse abilmente alcune trappole meccaniche poste sull’ultima botola del percorso, che permise loro di accedere in un’umida stanza buia contenente sacchi e vettovaglie. Erano giunti nelle fondamenta del palazzo. Da lì si mossero cautamente ai piani superiori aggirando le ronde di guardia e facendo attenzione a non essere notati. Anomander si chiese quanto tempo avesse cubato il raccogliere l’enorme mole di informazioni in loro possesso, partendo dalle dettagliate cartine fino al numero esatto di pattuglie che avrebbero incontrato lungo il cammino.
Giunsero infine in cima alla torre ovest, la più alta e antica. Un brivido scorse sulla schiena di Priscilla quando, affacciandosi da una delle finestre esterne, ammirò i riflessi della notte sul maestoso fiume che attraversava la città. Erano nel punto più alto di Alvedara.
Entrarono in una stanza a forma ottagonale rivestita da arazzi e drappi raffiguranti scene di battaglia, omaggio all’esercito dell’Ombra. Due poderose librerie di legno di quercia dominavano le pareti laterali, mentre nell’estremità nord trovava posto un elegante tavolo di pino nero. Alambicchi, ampolle e pergamene erano sparsi disordinatamente su di esso e un forte odore di zolfo permeava l’intero ambiente. Notarono solo in un secondo momento strani disegni pentagonali incisi sul pavimento di pietra e alcuni bracieri spenti ormai da tempo posti sulle estremità delle singole figure.
Nel centro esatto della stanza era stato posizionato un altare di pietra, sulla cui sommità trovava posto una cassa di frassino imbrigliata da pesanti corde di canapa. I tre si mossero all’unisono secondo movimenti consolidati da anni e anni di collaborazione, agevolati dalla profonda empatia che legava il gruppo. Jack si posizionò a guardia della porta mentre Anomander e Priscilla iniziarono a perlustrare accuratamente la stanza in cerca di trappole, botole o sistemi di allarme. Non trovarono nulla di tutto ciò, e la cosa gli insospettì, ma l’adrenalina per l’imminente scoperta mandò in secondo piano ogni ulteriore forma di cautela. E commisero un gravissimo errore.
Non appena misero piede nel perimetro del complesso disegno geometrico che decorava il pavimento un sibilo eccheggiò improvvisamente e un bagliore accecante divampò dal centro della stanza. Un potente suono di allarme si levò improvvisamente, talmente forte che probabilmente sarebbe stato udito anche all’estremo sud della città e, come se non bastasse, si trovarono completamente immobilizzati, incapaci di muovere anche solo un dito. L’unico che riuscì a resistere all’effetto della potente magia fu Anomander, che ebbe appena il tempo di realizzare cosa stesse accadendo quando udì i pesanti passi delle guardie del palazzo che salivano lunga la tromba di scale della torre.
“Prendi il tomo e scappa” disse Jack, “noi siamo spacciati ormai, tu devi portare a compimento la missione”.
“Fa come ti dice Jack” aggiunse Priscilla.
Anomander non fuggì, non ebbe il cuore di abbandonare il suo migliore amico e la sua amata a quel triste destino. Sarebbe morto insieme a loro, combattendo le guardie dell’Ombra e di Izrador l’Usurpatore.
Sguainò la sua lama quando due guardie entrarono nella stanza, consapevole che altre sarebbero arrivate da lì a poco. Schivò il primo attacco e riuscì a colpire l’avversario con un fendente oltrepassando la sua pesante cotta di maglia. La lama penetrò nelle morbide carni e udì un profondo rantolo di dolore provenire dal morente.
Nel tentativo di estrarre la spada dal corpo del malcapitato venne sbalzato all’indietro dalla seconda guardia che lo colpì con l’asta di una lancia. Ruzzolò verso l’altare di pietra e urtò inavvertitamente la cassa che cadde a terra rumorosamente ed esplose in centinaia di schegge di legno. In quel frangente entrarono nella stanza altri 5 uomini armati che circondarono Anomander da ogni lato. Era la fine.
“Arrenditi, non hai più scampo” professò uno degli uomini, probabilmente il capo della guarnigione.
“Voi tre darete un bello spettacolo nella piazza del tempio, quando verrete sacrificati in nome dell’Unico Dio” sghignazzò un’altra guardia.
Anomander guardò Jack e Priscilla, si perse probabilmente per l’ultima volta nei magnetici occhi di lei, se ne sarebbero andati da quel mondo insieme, come insieme avevano vissuto per gran parte della loro giovane vita. Stava quasi per deporre l’arma quando notò per terra, in mezzo a schegge di legno e vetro temprato in frantumi, un pesante tomo di pelle rozzamente rilegato. Forse non era ancora finita.
Avrebbe utilizzato l’artefatto come scudo per uscire dal palazzo, minacciando di ridurlo a brandelli in caso di attacco. E Jazhir non ne sarebbe stato affatto compiaciuto. Si lanciò per terra e con la mano sinistra afferrò il pesante tomo. Ciò che accadde negli istanti successivi a questo gesto non scomparirà più dalla mente e dai ricordi di Anomander, e lo accompagnerà in maniera indissolubile per il resto della sua vita.
Dapprima avvertì un dolore lancinante che attraversò la mano fino all’altezza del gomito. Come se mille frecce lo avessero trapassato nello stesso istante. Poi improvvisamente calò il buio nella stanza. Un buio innaturale, pesante e opprimente, come se tutte le stelle della notte fossero state inghiottite dal nulla più assoluto. Infine “qualcosa” gli parlò. Una voce profonda, gutturale e raccapricciante, come se provenisse dai gironi più infimi degli abissi. Non si trattava di una lingua conosciuta, aveva un suono cacofonico e immondo, ma Anomander capì.
“Tu mi hai liberato” disse l’entità. “E ora sei mio per sempre”.
Nel buio cieco seguirono le grida di disperate delle guardie accompagnate da raccapriccianti rumori di ossa spezzate e ventri squarciati. Anomander fu investito da una macabra pioggia di sangue e resti umani. Poi sentì morire Jack nello stesso orribile modo. Intuendo cosa sarebbe avvenuto da lì a poco si lanciò verso Priscilla e la cinse tra le sue braccia, cercando di proteggerla. L’entità ebbe evidentemente pietà di questo disperato gesto, e concesse lei una morte più dolce.
“Addio amore mio” sussurrò lei “lascio questa vita ma tu continua a lottare. Fallo per noi, per quello che ci siamo sempre promessi e per quello che abbiamo sempre sognato. Sarò sempre insieme a te. Sempre…”.
Anomander sentì la vita scorrere via dal corpo della sua amata e si lanciò ad un disperato grido di dolore. Aveva perso tutto ciò che gli era più caro in una manciata di minuti. Rimase per momenti interminabili stretto al corpo di Priscilla quando il buio cessò. Lo scenario che si presentò ai suoi occhi fu qualcosa di raccapricciante. I soldati e Jack erano stati letteralmente smembrati, e non c’era angolo della stanza che non fosse stato schizzato di sangue, membra od ossa, ma a lui questo non importava. Voleva morire anche lui, andarsene abbracciato all’unica donna che avesse mai amato. Niente aveva più senso.
Arrivarono altre guardie.
“Continua a lottare”.
Le ultime parole di Priscilla risuonavano ancora nella testa di Anomander quando un’altra voce, nell’ormai noto idioma gutturale e profondo, si fece strada nella sua mente.
“Uccidi, te lo ordino”.
Abbandonò allora il corpo esanime di Priscilla e fronteggiò i soldati, esterefatti e terrorizzati del macabro spettacolo che trovarono nella stanza.
“lo faccio per lei, non per te!” urlò Anomander, sorprendendosi di utilizzare la stessa lingua della creatura. Cercò la spada ma non la trovò, era ancora infilzata nel ventre della prima guardia uccisa.
Non fece in tempo a concretizzare questi pensieri che comparve tra le sue mani un’alabarda color ossidiana, sorprendentemente leggera e maneggevole, dall’asta contorta e nodosa. Iniziò a volteggiare l’asta e fu grande la sorpresa quando si accorse di essere in grado di muoverla in maniera precisa ed efficace, quasi come se avesse vita propria. Uccise due guardie e la terza si diede alla fuga ruzzolando giù dalle scale. Anomander sollevò il corpo di Priscilla e si chinò a cercare il tomo che però parve essere sparito nel nulla. Fuggì attraverso il palazzo rendendosi conto che la medesima macabra sorte era toccata praticamente a tutti coloro che si trovavano in quell’ala del castello e riuscì a raggiungere le fognature utilizzando lo stesso condotto adoperato in precedenza. Ma non si recò subito dai suoi superiori per fare rapporto su quanto successo.
Stava ormai albeggiando e i primi riflessi di luce iniziavano ad illuminare Alvedara quando Anomander sgusciò da un condotto sotterraneo utilizzato dalla Compagnia per accedere all’esterno delle mura, anche perché l’intera città era in subbuglio per quanto accaduto e le strade pullulavano di guardie e Legati in cerca del fuggitivo.
Raggiunse un promontorio a sud poco distante, caratterizzato da un’antica quercia e una visuale incantevole della città e del fiume Eren che l’attraversava. Era il loro luogo, dove solevano andare per cercare la loro intimità e dove fantasticavano per ore sulle avventure che avrebbero compiuto insieme.
Dove immaginavano un mondo senza l’oppressione dell’Ombra, dove gli antichi Dei potessero trovare nuovamente posto tra loro, dove la malvagità e la tirannia di Izrador e dei suoi scagnozzi potesse lasciare posto ad un mondo fatto di pace e prosperità. E dove un giorno avrebbero potuto magari mettere su famiglia, abbandonandosi ad una vita felice e normale.
Seppellì Priscilla ai piedi dell’imponente albero e rimase per ore a contemplare l’orizzonte, con le lacrime che scendevano copiosamente sulle sue guance.
Fu allora che si accorse della sua mano sinistra, quella con cui aveva toccato il tomo.
Era deforme, artigliata e cosparsa di squame, scure alla base e di un rosso intenso sulle estremità. Le nocche erano nodose e callose, mentre le unghie erano simili a quelle degli artigli delle bestie ferali.
Fu allora che gli tornò in mente “lui”.
“Cosa vuoi da me???” urlò Anomander. Non ottenne risposta.
Deramox, questo il nome con cui l’entità si presento nuovamente a lui, tornò a tormentarlo nelle notti successive. Dapprima solo per sollazzo, per divertimento nel vedere la disperazione di Anomander e la furia con cui provava a ribellarsi. Poi in maniera sempre più sistematica, creando un’empatia e un legame sempre più solido.
I poteri che la creatura concesse ad Anomander non erano solo di tipo marziale. Si rese conto ben presto di poter manipolare la Trama, cosa che in genere spetta a maghi e Legati e che risulta punibile con la morte secondo le leggi dell’Ombra. Bastava invocare il nome dell’entità per evocare potenti incantamenti, in grado di manipolare la mente delle persone o di avvilupparle tra fiamme incandescenti. I vertici della Compagnia di Alvedara notarono queste insolite doti ma, forse per volere di Allender, non ne fecero mai parola con l’interessato. D’altro canto Anomander utilizzò i suoi nuovi talenti per servire come meglio possibile i Ribelli e combattere l’ombra, stando sempre attento a non essere “fiutato” dai temibili Astirax che pullulano ovunque in città.
I contatti con Deramox divennero sempre più frequenti, e da oppressore l’entità si dimostrò quasi benevolo nei confronti del giovane Erenlander. Il sapere che attinse da quella fonte sconosciuta e misteriosa fu immenso, e più ne acquisiva e maggiore era la sete di potere che provava. Non aveva bisogno di chiudersi come un topo di biblioteca per anni come accadeva ai fruitori di Magia tradizionali, né essere legato al Dio Oscuro per avere la concessione dei poteri divini. Bastava invocare il nome di Deramox e modellare la Trama a piacimento, trovando di volta in volta forme sempre più intricate e potenti per manovrare i delicati filamenti della magia. Scansava l’enorme dolore e vuoto lasciato dalla perdita di Priscilla con il desiderio sempre crescente di sapere, appagato e compiaciuto da questo legame unico e indissolubile che si era creato.
Anomander si chiedeva in realtà chi fosse effettivamente il suo Maestro, che sembianze avesse e quali intenzioni animassero il suo operato, ma non trovò mai risposte alla sua curiosità. A volte Deramox chiedeva alcuni strani favori. Si trattava alle volte di cose semplici, apparentemente senza significato, altre volte cose orribili, malvagie, di cui Anomander si vergognava profondamente e preferiva non parlarne con nessuno.
Capitava anche di dover uccidere delle persone. Nobili, seguaci dell’Ombra, semplici paesani o addirittura compagni. Qualsiasi fosse l’obiettivo di Deramox era misterioso e indecifrabile agli occhi dell’allievo. Anomander viveva in uno stato di soggezione perenne nei suoi confronti, sentiva il bisogno di compiacerlo al meglio delle proprie capacità, voleva mostrarsi meritevole di tale privilegio. Odiava Deramox con tutto se stesso per avergli portato via ciò di che più caro avesse al mondo, ma allo stesso tempo sentiva di non poter più fare a meno della sua presenza. Né lo voleva. Era inoltre diventato incredibilmente taciturno e solitario, preferiva passare infinite giornate ad esercitare i suoi talenti piuttosto che condividere tempo con gli altri membri della Compagnia.
L’unico momento della giornata in cui si concedeva del tempo per sè era al tramonto, quando raggiungeva il tumulo di Priscilla per parlare con lei, immaginandola lì di fianco a lui, sorridente come al solito, con i suoi capelli ricci che ricadevano disordinatamente su quegli occhi che aveva tanto amato. Sapeva inoltre che i suoi giorni ad Alvedara erano contati, quel posto gli andava ormai stretto. Deramox una notte gli disse che presto un gruppo di avventurieri sarebbe arrivato in città. Un assortimento alquanto singolare di individui, capeggiato da un’elfa della giungla con addosso un medaglione con uno zaffiro incastonato.
“Aiutali e unisciti a loro”, gli professò l’entità nell’idioma che ormai l’allievo padroneggiava con sicurezza “tutto ti sarà più chiaro col tempo”. E Anomander attese, fino a quando, come sempre del resto, le profezie del Maestro si avverarono.
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Anomand3r il 19/04/2021, 23:24, modificato 3 volte in totale.