Breve storia di un nano
Thor conosce poco delle sue origini. Fu trovato ancora in fasce da Sagdan nei pressi della sorgente del Durlin. Sagdan era un Dorniano discendente della Casata Orin da secoli stanziata a Low Rock. Dopo la conquista da parte del Re Jahzir e la tribù della Madre Feroce durante l’Ultima Battaglia, Low Rock è diventata un importante punto di partenza per nuove truppe alla conquista delle montagne. Sagdan per diversi anni ha vissuto ai piedi del Kaladrun in costante movimento nascondendosi dall’ombra e, incapace di rinunciare alla città natale dei suoi avi, si mise a capo di un gruppo di sbandati che viveva di saccheggi e furti. Erano una comunità di gente libera che combatteva per la sopravvivenza ma, soprattutto, cercava di indebolire il più possibile l’Ombra.
Il piccolo Thor apprese l’arte della sopravvivenza e divenne presto molto abile in cose molto lontane da quelle della sua specie. I nani non sono gente silenziosa e tende a far sentire il suo “peso” senza mai nascondersi dietro un qualsiasi pericolo. Thor preferiva attaccare quando necessario e, soprattutto, di sopresa.
Di anno in anno la sopravvivenza si faceva sempre più dura man mano che l’Ombra avanzava sulle montagne e nel resto dell’Eredane. Thor aveva circa 30 anni ed era ancora un adolescente tra i nani. Sagdan, ormai vecchio e provato da mille battaglie ,aveva ormai smesso di cercare di riconquistare Low Rock ed era più preoccupato della sopravvivenza del suo gruppo e del giovane Thor. Una notte, accampati nei boschi vicino Atasele, circondati da truppe dell’ombra, Sagdan convoca Thor e gli confessa la sua più grande preoccupazione ossia che prima o poi le truppe dell’Ombra li avrebbero sopraffatti, schiavizzati nel migliore dei casi, uccisi. Infine, gli rivela che quel giorno alle sorgenti, vicino al piccolo nano, c’era anche un anello con un’incisione all’interno. Gli raccontò che più volte aveva cercato il coraggio di donarglielo e parlargliene, ma si era affesionato e non voleva che , preso dalla voglia di conoscere la sua gente, li avrebbe abbandonati. “Un gesto colmo di egoismo tanto quanto pieno d’amore per la crescita di un figlio”
Il piccolo anello di ovvia fattura nanica riportava delle incisioni in Antico Nanico. Thor non aveva mai vissuto tra i suoi simili e non sapeva cosa volessero dire; per lui erano semplici decorazioni ma, nei giorni a seguire, cominciò a crescere in lui una forte curiosità.
Una notte, mentre Thor era di guardia, l’accampamento venne attaccato. Il Nano era distratto dall’anello. Negli ultimi giorni non faceva altro che analizzarlo e studiarlo quasi sperando di ricevere un’illuminazione o di scoprire un qualche messaggio nascosto. Era distratto… Troppo distratto. Non si accorse di quel gruppo di Ordendor che riuscì a infiltrarsi tra le tende uccidendo nel sonno i suoi compagni. Quando diede l’allarme era ormai troppo tardi. Afferrò il suo pugnale e corse tra le tende in fiamme verso quella del Dorniano che ormai considerava come un padre. Lo trovò mentre due Ordendor dominavano sul suo corpo. L’umano, nonostante l’età, era ancora un abile combattente. Thor scattò in avanti e attaccò uno dei due alle spalle piantandogli il suo coltello nella gola. Un colpo fatale ma prima di cadere esanime, l’ordendor assestò un tremendo colpo al nano sbalzandolo via. Stordito e confuso Thor aprì gli occhi e vide che anche l’altro orco è morto ed accanto a lui giaceva Sagdan trafitto da un enorme Vardatch.
“Padre” disse Thor per la prima volta. Sagdan lo guardò e avvicinò una mano insanguinata al volto del nano. “Fuggi ragazzo, salvati almeno tu, un giorno mi vendicherai... ma ora va.. cerca i tuoi familiari... cerca la tua gente…Promettimelo!” e gli occhi di Sagdan si chiusero prima di poter udire il nano rispondere: “mi dispiace.. è tutta colpa mia..”.
Thor rimase come paralizzato stringendo la testa del vecchio.
Passarono diversi secondi, forse minuti. Nell’accampamento vi era il caos. Gli ordendor ringhiavano; gli uomini gridavano e le fiamme divampavano quando finalmente il giovane nano si risvegliò da quello stato di stupore e dolore per la morte di Sagdan. Nella sua testa ancora riecheggiavano le ultime parole dell’uomo che era stato un padre per lui “fuggi ragazzo..” e così fece. Richiamando nella mente gli insegnamenti di tutti quegli anni si mosse, silenzioso tra le ombre, sfuggendo a soldati e guardie allontanandosi dall’accampamento e dalla quella che era stata la sua unica famiglia.
Negli anni a seguire Thor vagò, sempre solo. Il senso di colpa per quello che era successo lo faceva allontanare da qualunque compagno di viaggio, nani o umani che fossero. Preferiva essere responsabile solo per la propria vita. Riuscì a sopravvivere mettendo a frutto gli insegnamenti di Sagdan e dei suoi uomini infiltrandosi nei villaggi e accampamenti dell’Ombra e rubando quello che poteva e, se ne capitava l’occasione, non si esimeva dall’eliminare orchi o altri seguaci dell’Ombra.
Erano passati 3 anni dalla morte di Sagdan quando si imbatté in un villaggio abitato da nani nelle pianure dell’Eredane che osservò per diversi mesi senza mostrarsi. Un giorno decise di agire! Aveva individuato un edificio dove conservavano armi e provviste. Quella notte sgattaiolò nel villaggio come un’ombra, si introdusse nel magazzino e lo saccheggiò. Nessuno si accorse di nulla. Le abilità di Thor si erano affinate molto ed aveva imparato negli anni a non fare il minimo rumore. Anche le sue mani erano diventate veloci quando si trattava di scassinare una serratura o svuotare le tasche di un malcapitato. All’occorrenza era anche un silenzioso e temibile assassino.
Soddisfatto del suo bottino si allontanò dal villaggio. Aveva accumulato provviste ed equipaggiamento per un bel pezzo. La missione era stata un successo e nessuno si era accorto di nulla. O almeno così credeva. Due giorni dopo si stupì quando svegliandosi si trovò circondato da nani armati fino ai denti, dall’aspetto aggressivo e dalla pelle ricoperta di tatuaggi. Ne riconobbe alcuni come membri del villaggio. Come avevano fatto a trovarlo? Si chiese e come si erano avvicinati senza che si svegliasse o li sentisse? Possibile che quei nani rozzi e tozzi fossero stati più abili di lui? Thor si preparò alla lotta. Un sorriso malizioso si stampò sul suo volto. Probabilmente sarebbe morto in quel momento ma non senza portare con se 3 o 4 di quei bastardi!
Tuttavia, i nani non lo attaccarono, anzi, lo invitarono ad unirsi a loro. Ancora oggi Thor si chiede perchè accettò. Forse lo stupore per quella strana richiesta oppure perchè per un istante gli balenarono alla mente le parole di Sadgan di tanti anni prima “..cerca i tuoi simili... Promettimelo..”;
Thor visse per 12 anni con quei nani. Si facevano chiamare Kurgun, nani di superficie. Imparò molto vivendo con loro. Imparò la loro lingua e la loro scrittura oltre al coraggio in battaglia dei nani. Apprese come riconoscere e studiare la pietra e le strutture costruite dai suoi avi. Imparò, infine, a preparare un ottima birra. Anche il suo carattere cambiò. Dopo anni di solitudine cominciò ad aprirsi con i Kurgun; combatté insieme a loro e spesso metteva in mostra le sue abilità infiltrandosi negli accampamenti nemici e tornando sempre con grossi bottini e qualche testa come trofeo. Come i Kurgun si tatuò la pelle con tipici tatuaggi dei rituali. Il primo tatuaggio che si fece racconta della sua nascita, di Sagdan, della guerriglia insieme ai rinnegati e di quella maledetta notte in cui, per causa sua, tutti quelli che amava morirono. Era giovane e inesperto ma quel tatuaggio gli avrebbe sempre ricordato i suoi errori per non ripeterli.
Col tempo apprese anche i simboli del Nanico Antico e riuscì a decifrare quanto scritto sull’anello consegnatogli da Sagdan. Era un nome: “Gothan Breackers”. Non gli diceva nulla ma in qualche modo quel nome era legato alle sue origini. Per molto tempo indagò interrogando i più saggi che incontrava finché un giorno un gruppo di nani fuggiti dalle montagne arrivò al villaggio e uno di loro riconobbe il nome…o almeno una parte. I Breackers erano un clan provenienti da Calador, l’antica capitale dei nani tra le montagne a sud conosciuta come Montagne Murodighiaccio.
Per Thor quell’informazione fu sufficiente. Passò le settimane seguenti a pianificare il suo viaggio alla scoperta delle proprie origini e ne parlò anche con i suoi nuovi compagni. La maggior parte gli sconsigliò vivamente di partire in quanto Calador era da tempo perduta, conquistata dagli Ordendor e dai seguaci dell’Ombra. Il capo della tribù, invece, vide la risolutezza negli occhi di Thor e non tentò di fermarlo, anzi, e gli diede in dono i suoi Urutuk, armi letali appartenute alla sua famiglia da secoli, ancor prima che i suoi antenati uscissero dalle viscere del Kaladrun per diventare Kurgun e, infine, gli augurò buona fortuna.
Ci vollero 8 mesi per raggiungere Calador. Fu un viaggio lungo ed estenuante attraverso le montagne, i ghiacciai, e gli eserciti dell’ombra. Rischiò di morire in più di un’occasione a causa del freddo, dei ghiacciai, degli Ordendor e delle creature che abitano le montagne ma ogni volta Thor andò avanti finché si affacciò finalmente alle maestose vette delle Montagne Murodighiaccio. Ed eccola, imponente e distrutta, corrotta dalla Madre Feroce, l’antica capitale: Calador. Thor aveva appreso durante il suo viaggio che il livello superiore della città era caduto ormai da molti anni e che il Clan Ordendor della Madre Feroce stava cercando di penetrare nelle profondità della montagna. Solo vedendolo con i suoi occhi riuscì a capire la potenza dell’Ombra e dei suoi eserciti. Erano migliaia, decine di migliaia, di orchi quelli a lavoro tra le montagne, distruggendo, scavando e insozzando opere millenarie create dai sui avi nella viva roccia e nel ghiaccio.
Thor restò diversi giorni nei pressi di Calador cercando lui stesso un accesso ai livelli inferiori della città ma non poteva muoversi con libertà; era impossibile avvicinarsi senza essere visto, anche per lui. Ci vollero 15 giorni, uccidendo qualche sentinella allontanatasi dal resto dell’esercito, riparandosi in grotte e anfratti durante le bufere e rubando cibo putrido a quelle creature, ma alla fine decise che era impossibile penetrare nel Calador Inferiore e si arrese non senza ripromettersi di tornare un giorno.
Il viaggio di ritorno verso il suo villaggio fu anche più duro e difficile dell’andata. Ogni giorno più emissari dell’Ombra si aggiravano tra le montagne e con loro altre strane creature forse fuoriuscite dagli abissi dell’Eren o forse dagli incubi peggiori di Izrador. Il peggio del viaggio fu scoprire al suo ritorno che il suo nuovo gruppo era scomparso. Nessuna traccia dei fratelli Kurgun. Li cercò per qualche settimana e si diresse di nuovo tra le montagne sperando avessero trovato un nuovo rifugio, ma non fu in grado di trovarli.
Fu così che Thor, il nano cresciuto come un criminale e diventato un Kurgun, conscio di aver perso definitivamente tutto, decise di allontanarsi dalle sventure delle montagne del nord alla ricerca di una nuova vita. Il suo cuore era colmo di odio e di vendetta. Sapeva che nel mondo c’erano ribelli pronti a combattere il nemico che gli aveva portato via casa e famiglia e così decise di cercarli con la speranza che un giorno potesse rendere giustizia alla promessa fatta al suo amato Sagdan.